FINI DICHIARA: FASCISMO MALE ASSOLUTO

 

Le dichiarazioni di condanna della Shoah, del fascismo, di Salò e il ripensamento su Mussolini del Signor Fini a Gerusalemme, scatenano le ire dei suoi stessi sostenitori, i più vecchi, rivendicano l’onore di essere fascisti, i ragazzi di Salò e fondatori del Msi, la nipote del Duce si infiamma e minaccia di rifondare un nuovo movimento sociale. Cosa accade? Possibile, Fini non è più convinto delle sue origini e le rinnega? Ha tutta l’aria di essere l’ennesima provocazione revisionista che attraverso la “defascistizzazione” della destra italiana, ritenta di riscrivere la storia in chiave antimarxista, con lo scopo di rinnovare credito e assenso nell’elettorato che non vota An e collocare il proprio leader candidato al primo posto di comando sostituendolo a Berlusconi. Cosa rispondere? A questo proposito un poco di cronaca storica è opportuna, doverosa..

 

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25 LUGLIO - LA FINE DEL FASCISMO - 8 SETTEMBRE INIZIO DELLA RESISTENZA

 

L’8 Settembre 1943 con l’armistizio e l’occupazione tedesca, la fuga del re a Brindisi via Pescara, l’esercito abbandonato a sé, senza ordini, ha i suoi presupposti nella caduta del regime fascista, il 25 luglio. Si diffonde e cresce, quel giorno, la convinzione tra la gente che la guerra debba presto finire e che il vero nemico sia la Germania, i partiti antifascisti si riorganizzano e si uniscono nel chiedere al re e al governo di far cessare il conflitto anche a costo di prendere le armi contro i nazisti. Si riunisce, infatti, prima a Milano, il 26 luglio e poi a Roma, 27-28 luglio il Comitato delle correnti antifasciste, formato dai rappresentanti del Partito comunista, del Partito Socialista, della Democrazia cristiana, del Partito d’azione, del Partito del lavoro richiedendo perentoriamente la costituzione di un governo rappresentativo di tutte le forze politiche e il ripristino delle libertà democratiche. Con la dichiarazione che, finito il fascismo e arrestato il Duce, la guerra accanto all’alleato germanico sarebbe ugualmente continuata, il nuovo governo aveva da subito proibito l’attività politica assieme agli assembramenti e alle manifestazioni di piazza. Alla esplosione popolare del 26 luglio, con l’abbattimento dei simboli del regime, gli evviva al re e all’esercito e le invocazioni alla pace, era seguita la disposizione perentoria ai militari di mantenere l’ordine pubblico con le armi. La formula principale adottata da Badoglio per ottenere il consenso di un popolo ancora disorientato era la “preoccupazione” del governo: non si dovevano creare pretesti ai tedeschi per compiere atti di forza, non a caso in un incontro italo-tedesco tenutosi a Tarvisio; il 7 agosto, il governo riassicurò la Germania sull’alleanza e la continuazione della guerra. Il 27 luglio Badoglio scioglie il partito fascista e le sue organizzazioni ma impedisce la ricostituzione dei movimenti politici, l’attività dell’antifascismo è praticamente senza voce, precluso ad esso l’unico canale d’informazione di massa, la radio, la stampa è soggetta a censura. La sensazione  è che i tedeschi si stiano veramente preparando ad aggredire, invadere ed occupare militarmente il nostro Paese, suffragato dal fatto che, a ritmo continuo, reparti della Wehrmacht  stanno affluendo in Italia (operazione Alarico) provenienti dall’Austria attraverso il valico di Tarvisio. La rabbia popolare contro i fascisti e i tedeschi aumenta di pari passo con l’esaurirsi della effimera iniziale popolarità di Vittorio Emanuele III, mentre continuano a ritmo sostenuto i bombardamenti degli alleati, che ormai colpiscono accanitamente gli obiettivi civili (Roma, Milano, Genova, Torino). Il 9 settembre il re con Badoglio, la famiglia reale, i principali esponenti del governo e dei comandi militari abbandonano la capitale, fuggono verso Pescara dove si imbarcheranno alla volta di Brindisi, atto che lasciò Roma indifesa mentre gli alleati sbarcati a Salerno sono, nonostante le previsioni, contenuti e restano una testa di ponte. L’esercito italiano senza direttive è allo sbando (tutti a casa!) e si dissolve in poche ore, più di 600.000 uomini cadono prigionieri dei tedeschi per esser avviati ai lager in Germania e Polonia. I Partiti antifascisti, intanto, organizzano la propaganda politica antifascista e antinazista nei luoghi di aggregazione e tutte le attività per alimentare la Resistenza come movimento di partecipazione collettiva, nel quadro degli indirizzi e delle decisioni strategiche del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) costistituitosi a Roma il 9 Settembre. Sono i comunisti che riescono a stabilire collegamenti nelle fabbriche e nelle campagne, mobilitano i lavoratori, trasformano la protesta per migliori condizioni di vita, gli scioperi per i salari in una potente arma politica. Il Partito Comunista Italiano che nonostante avesse subito la più dura repressione era riuscito nella clandestinità a mantenere una operatività di azione (quadri che ricoprirono posti di comando durante la guerra civile spagnola) gli consentì di avere ruolo preminente di guida del movimento in armi che si stava formando. Sessanta anni fa la Resistenza era già fatta anche della presenza di 15.000 comunisti, che venivano dal lavoro clandestino, tornavano dalle carceri e dalle isole del confino (la villeggiatura evocata ultimamente da Berlusconi in difesa di Mussolini), avevano fatto l’esperienza della guerra di Spagna e quella de Fronte popolare e della lotta anti-hitleriana in Francia; Era fatta di questo nucleo di combattenti e della loro esperienza, soprattutto della loro politica tenacemente unitaria, della loro capacità a stimolare gli altri partiti e a intendersi con loro, della volontà di rivolgersi ai militari patrioti, di parlare ai giovani che il fascismo credeva di aver conquistato. La  Resistenza cresceva e si consolidava grazie al sacrificio di questi uomini che seppero opporsi alla dittatura. Al Nord le formazioni Partigiane con alla testa le Brigate Garibaldi combattevano per il riscatto dal giogo straniero, nonostante la dura repressione che nazisti e fascisti collaborazionisti di Salò attuavano nei loro confronti, perché la Resistenza non è stata solo coraggio, talvolta temerario, ma prima di tutto comprensione della situazione italiana, delle condizioni della lotta, sforzo costante per adeguare gli obiettivi alle forze delle quali disponeva e per accrescere queste forze, attraverso la conquista di obiettivi che fossero insieme tappe per la decisiva avanzata, fino alla sconfitta definitiva del fascismo traditore e la cacciata dall’Italia dei tedeschi invasori.

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Gli storici <<revisionisti>> continuano ad enfatizzare sul vero significato della lotta di liberazione sostenuta dalla Resistenza, affermano che si trattò di “guerra civile”, una guerra tra italiani, e non aperta e cosciente ribellione all’invasore, negano che le milizie di Salò furono alleati dei nazisti ma li definiscono semplici ausiliari, addirittura idealisti che avrebbero salvato l’onore della Patria dall’invasione bolscevica. I morti sono tutti uguali, certo lo sono in quanto morti, l’importante è riconoscere ciò che fecero in vita, e, la storia, il ricordo ancor vivo di ciò che fecero le milizie di Salò è ancor vivo nella memoria popolare e chi ha vissuto quella immensa tragedia non può di certo rassegnarsi ad un semplice colpo di spugna, come quello attuato dal Signor Fini.

 

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IL “NUOVO” FASCISMO DI SALO’

 

I fascisti, o meglio i più compromessi fra loro, scomparsi del tutto fra il 25 luglio e l’8 settembre, passato, dopo l’armistizio badogliano il primo attimo di confusione, riprendono fiato, soprattutto in virtù dell’ossigeno fornito loro dai tedeschi; purtroppo essi hanno un’arma da sfruttare: il comportamento del re e del suo governo, che, dopo aver firmato l’armistizio, sono fuggiti da Roma, abbandonando l’esercito senza ordini e condannandolo allo sfacelo. La monarchia (del resto dall’ottobre del’22 fino al luglio del’43 complice aperta del fascismo), si giustificherà con la necessità di non far cadere i rappresentanti del governo legittimo nelle mani dei tedeschi, e di aver così sancito il distacco dal fascismo: in realtà l’esercito e il popolo  avrebbero avuto la capacità e il desiderio di difendersi e combattere l’aggressore nazista (come del resto dimostrarono in numerose occasioni, come a Roma durante la difesa di Porta S. Paolo). Del disprezzo che si  riversò sul re e sul governo Badoglio, approfittarono i fascisti per ripresentarsi sulla scena. In questo clima nacque la <<repubblica sociale>> che fu in tutto una semplice creatura dei tedeschi, la cui nascita fu decisa in Germania e non in Italia. Il fascismo di Salò era costituito nella sua intima essenza da fanatici, avventurieri, opportunisti e da qualche sognatore. L’ideologia guida della <<repubblica sociale>>, il “nuovo” fascismo, viene espressa in una sorta di statuto in attesa della Costituente (che non si sarebbe mai tenuta), punto di forza della propaganda neofascista divenne, oltre la polemica contro il re e Badoglio, la demagogia sociale, il cosìdetto <<anticapitalismo>> di Salò. Il primo governo presieduto da Mussolini (il nonno dell’Alessandra nazional-alleata) si insedia a Gargagnano, sul lago di Garda, nella villa Feltrinelli il 10 Ottobre 1943, dove si era trasferito dopo la prima riunione ufficiale, tenutasi il 27 Settembre 1943 nella Rocca delle Caminate, vicino a Predappio (paese natale di Mussolini), avventura resa possibile, perché Hitler il 12 Settembre lo fece liberare da un commando di paracadutisti atterrati sulla sommità del Gran Sasso, era stato infatti, dopo l’arresto, lì isolato da Badoglio in un albergo di Campo Imperatore sorvegliato dai carabinieri (prima era stato tradotto nell’isola di Ponza e poi alla Maddalena), la stessa sera è a Vienna da dove raggiunse il 14 Settembre il quartier generale di Hitler a Rastemburg nella Prussia orientale. Nessun fascista dal 25 luglio all’8 settembre del’43 si era mosso per difendere e salvare il <<duce>>; nessuno si mosse l’8 settembre, Mussolini fu recuperato dai tedeschi. Nella Germania nazista dunque avviene la riesumazione del fascismo e l’investitura di Mussolini a capo di un governo fantoccio, governo che dopo quattro giorni si presentò al popolo italiano con un proclama a voce del duce dalla radio di Monaco. Mussolini invita le camicie nere e gli italiani a riprendere le armi e a stringersi attorno alla <<repubblica sociale italiana>> e al nuovo partito fascista repubblicano. Il partito fascista repubblicano da lì a poco avrà il proprio corpo armato, formato da circa 10.000 unità, le famigerate brigate nere al diretto comando del segretario Alessandro Pavolini.

Le altre forze armate che Mussolini annuncia ricostituite alla fine del Dicembre 1943 (maresciallo Rodolfo Graziani a ministro della difesa) sono affiancate da ufficiali delle SS; militari di collegamento della Wehrmacht, affiancano i gerarchi. Sistemi di telecomunicazione, radio, telefoni (compresi quelli interni) sono gestiti dai tedeschi, il medico personale di Mussolini è stato inviato da Hitler( dott. Zachariae). Le cartoline precetto della chiamata alle armi per le classi ‘23, ’24, ’25, sono state consegnate il 9 novembre, sono 180.000. Si presentano 44.000 reclute (6000 sono volontari), abbondano gli ufficiali, più di 60.000, molti dei quali, dato il numero, vengono posti in congedo con stipendio. Vengono reclutati nelle SS circa 13.000 militari internati in Germania, 10.000 si danno alla macchia non appena rientrati in Italia. Le diserzioni continuano, un nuovo bando che scade l’8 marzo 1944 ottiene scarsi risultati. Mussolini ordina di procedere con la massima severità: fucilazione di coloro che sono stanati dai nascondigli o deportazione nei campi di lavoro in Germania. Per i disertori vige comunque la pena capitale, ma la coscrizione obbligatoria, nonostante le intimidazioni anche nei confronti dei parenti renitenti, rafforzano le file dei Partigiani. Moscatelli, comandante garibaldino che opera nel Novarese, arriverà a far affiggere manifesti provocatori: << Per favore basta con i bandi, abbiamo i ranghi al completo>>.  La <<repubblica sociale>>, arruola a forza anche ragazzi giovanissimi (poco più che bambini) vengono inquadrati nei ranghi della Xa. I fascisti della Decima (Xa MAS), divisa in battaglioni (Barbarigo, Fulmine, Freccia, Sagittario, Lupo, Valanga) viene impiegata contro i Partigiani, si comportano come i più spietati, feroci reparti delle SS, incendiano, uccidono, seviziano e stuprano le donne, compiono rappresaglie fucilando inermi cittadini.

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La Democrazia, le istituzioni repubblicane, la nostra Costituzione, purtroppo oggi in pericolo, nel nostro paese sono state conquistate con le armi, sono state conquistate dall’unità antifascista che non è stata di vertice ma profondamente radicatasi nel popolo perché venne costantemente alimentata dal sacrificio di chi seppe opporsi al fascismo e seppe illuminare la strada della libertà, nel buio totale delle tenebre che Mussolini con i ragazzi della <<repubblica sociale>> avrebbero continuato a mantenere. Questo è solo un breve riassunto storico di cosa realmente fu la <<repubblica sociale>>, sono una manciata di righe, si potrebbe continuare elencando fatti, date e cifre, ma considerando che sono bastate poche parole pronunciate dal Signor Gianfranco Fini, vicepresidente del consiglio, a Gerusalemme, per scatenare una nuova crociata revisionista in difesa dei così detti valori ed ideali della repubblica di Salò dovrebbero essere sufficienti.

 

Linea Rossa genovese

(già del P.C.d’Italia (marxista-leninista)

 

Genova, 28 novembre 2003 (L.B.)

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