RICEVIAMO DALLA COMPAGNA LETIZIA MAGNANI:
…Caro compagno Luciano, ti invio qualche riflessione che ho scritto recentemente sulla situazione politica italiana. se credi girala pure alla lista, o usala per il sito, anche se ritengo che sia tutto troppo lungo e pesante da leggere online. Alcune parti in verità non sono del tutto nuove, e anzi le hai già lette. gli argomenti che mi stanno a cuore sono sempre quelli! so anche già che non saremo d'accordo, come sempre, sullo stalinismo, ma quello che ti chiedo non è di essere d'accordo, è solo di leggere. non so quanto quello che ho scritto possa valere, ma ciò che mi preme è diffondere le idee, metterle in circolo. E' chiaro che mi piacerebbe pubblicare questa sorta di saggio- riflessione, anche se non so bene dove si possa collocare. Comunque se non ti spiace leggilo e poi dimmi. per il resto fanne l'uso che ritieni più opportuno.
Hasta siempre!
Letizia Magnani (via email, venerdì 16 marzo 2001)
______________________________
…A questa lunga, ma interessante riflessione della compagna Letizia, mi ero proposto, come scrissi a Letizia, di rispondere entro breve tempo, purtroppo mancandomi il tempo materiale per poter rispettare la mia promessa, giustamente sollecitato dalla compagna, mi è parso giusta la decisione di pubblicare l'intero il documento. Confido nella pazienza dei compagni più assidui che ci seguono di darmi una mano. Leggetelo! Aspettiamo le V/s impressioni, giacchè come scrive Letizia: " occorre diffondere le idee, metterle in circolo".
Saluti Comunisti!
La Redazione di Avanti Popolo!
(Linea Rossa genovese)
Genova, lì 5 aprile 2001
Ritrovare la politica per rifondare la società
Dobbiamo ritrovare il senso della (parola) politica.
Si è perso con l’andare del tempo. E’ come se lo avessimo consumato.
Eppure un senso c’è e ci deve essere.
Fare politica come la si fa oggi in Italia non ha senso.
La politica fatta solo per il raggiungimento del potere non è politica, è puro agonismo egocentrico e cieco.
Si è perso il senso delle cose comuni e quotidiane. Il senso dello stare assieme e del vivere quotidiano. Si è persa la socialità e l’umanità. Questo processo, forse innescato dall’industrializzazione, che ha reso l’uomo schiavo, oggi è anacronisco e astorico. Ma coerenza, così come storia sono anch’esse in declino. L’alienazione oggi è palpabile. Ed è un fenomeno tanto più grave perché ad essere alienata oggi è l’intera società o, volendo, l’intera non società. In quanto la struttura fondamentale del vivere umano, la società appunto, si è ormai disgregata. Siamo giunti ad un punto di non ritorno. Eppure la nostra vita deve ancora avere senso. Non possiamo deporre le armi proprio ora. Occorre riscoprire la politica per ritrovare (o forse per rifondare) la società.
QUALE SOCIETA’
Certo a questo punto si pone il problema di quale società. E se è pur vero che non è possibile accettare una qualunque società, è però altrettanto vero che non si può vivere in una non società.
Le grandi ideologie sono morte. E con loro parte dell’uomo moderno. Tutte o molte hanno fallito, compreso il capitalismo oggi, intendiamoci, il quale forse recita ancora una parte nel teatrino volgare, continuando, ancora, a calpestare la scena in questo eterno presente nel quale siamo rinchiusi, ma che, oggi, più che in passato, non ha davvero più niente da dire: niente di nuovo, ma niente neanche da copiare, da emulare, da ricordare.
Rimangono sul terreno di battaglia solo i corpi dei tanti che hanno lottato per una causa giusta, cioè contro il capitalismo. Ma ormai di loro non rimane altro che un odore acre, che certo tarderà a scomparire del tutto. Per il resto abbiamo dimenticato i loro nomi, i loro volti, le loro vite.
L’unica società nella quale vale la pena vivere è, e deve essere, retta da una democrazia.
Ma democrazia deve significare realmente democrazia.
Non potere dei ricchi, non (o non più) decisioni prese da pochi, non paesi trainanti e altri trainati. Questa non è democrazia. Questa è oligocrazia o, al più, tecnocrazia.
Riscopriamo le parole. Proviamo a farle risuonare in bocca e ad assaporarle di nuovo. E smettiamola con l’ipocrisia. Smettiamola di usare parole improprie che, se traslate, come accade, perdono la loro dignità e il loro valore.
Lo scollamento visibile e palpabile dell’uomo dalla politica deve far riflettere. La politica è qualcosa che ci riguarda tutti, che deve riguardarci.
Non deve continuare ad essere quella cosa là che tanto decidono solo quei pochi là.
Riprendiamoci la politica. Facciamolo almeno per noi, per la nostra dignità di uomini, se proprio non lo facciamo per il bene comune. Che sia l’egoismo a spingerci se proprio non possiamo più essere altruisti.
Ma riprendiamoci la politica. Riprendiamo i contatti con la società, con gli altri e con noi stessi. Che senso ha altrimenti?
Possiamo ubbidire. Possiamo fregarcene. Possiamo anche pensare di trasgredire compiendo azioni stupidamente plateali. Ma dobbiamo vivere. E non si può vivere sempre e solo ubbidendo, sempre e solo fregandosene, sempre e solo facendo gesti plateali.
Occorre vivere per un senso. Anche senza un fine, uno dichiarato. Ma non si può continuare a tacere, a ubbidire, a urlare.
Occorre invece ritrovare il dialogo, ritrovare il pensiero, le parole, le idee. E’ per questo che siamo uomini. Solo in questo sta la felicità: nel vivere coerentemente con idee e valori.
Sembra che pensare non sia più considerata una azione fondamentale. E invece non solo lo è. E’ anche un’azione fondante. Se l’uomo non pensa, non è, non vive. Se l’uomo non sogna la sua vita non ha senso.
Bisognerebbe smetterla di pregare, smetterla di ubbidire, smetterla di provare colpe per reati che non abbiamo commesso.
La vita non è un atto di fede, non deve essere un dovere, non deve essere una colpa.
La vita è un miracolo. Ma lo è solo se ci riappropriamo di noi stessi, del pensiero e della politica.
Possiamo continuare a fingere, e, anche, continuare a rimanere in balia di un potere esterno a noi. Ma questa non è vita. Campare è proprio degli animali (senza ad essi nulla togliere). E noi non dobbiamo campare, ma vivere.
Questo ha un costo, certo. Ma è più alto il prezzo da pagare per non pensare, anche se ciò può sembrarci un assurdo.
Il tempo che abbiamo a nostra disposizione non è illimitato. E noi possiamo agire solo qui e ora.
Occorrono regole, certo, buon senso e sopportazione. Ma dobbiamo provare di nuovo a vivere. Dobbiamo ritrovare il senso.
Per questo la democrazia ha senso. E non perché può prevalere la volontà di ognuno (questa è anarchia), e non perché prevalga la volontà di tutti (questa è utopia), ma perché tutti possano vivere la propria vita nel rispetto di quella altrui. Questo è il miracolo della vita. E per di più questo è il vantaggio della vita associata.
Non dobbiamo diventare per forza tutti uguali, perché non lo siamo e perché non avrebbe senso, né, in fin dei conti, ciò sarebbe giusto. Ma dobbiamo rispettare la nostra diversità. Dobbiamo acuirla, capirla, viverla.
Solo così potremmo crescere. Solo così ci sarà evoluzione.
La guerra non è mai scoppiata fra diversi. E’ sempre stata decisa da uguali. I potenti sono tutti uguali. Loro mandano al massacro i diversi. Neanche le guerre di religione sono scoppiate fra diversi. Ma si sono perpetrate per essere più uguali e per il potere. Paradossalmente tutte le guerre sono guerre di religione. E una religione che muove guerra e che uccide non è una buona religione (sia essa religiosa o laica ha poca importanza).
Dunque democrazia, perché solo in democrazia i diversi sono uguali e gli uguali sono diversi. Solo in democrazia vince sempre l’uomo.
Basta urlare e sparare. Troppo sangue è già stato versato in nome di un futuro migliore che però si è sempre verificato essere un passo peggiore del presente.
Ognuno di noi è solo al mondo se non decide di iniziare a dialogare con gli altri. E gli altri sono sempre diversi. Gli altri parlano sempre un’altra lingua.
Ognuno di noi è inerme fino a quando non pensa.
Ci hanno comprato il pensiero e le idee (che sono l’unica cosa –anche i sogni, infatti, hanno un prezzo- che non costa niente) e in cambio ci vendono un non pensiero unificante, glorificante e non pericoloso.
Non si può continuare così.
La soluzione è nella politica che unisce l’uomo, non lo divide, che esalta l’uomo, non lo insulta.
I PERSUASORI OCCULTI E QUELLI DI GOMMA
Un tempo c’erano persone di carisma in grado di manipolare le masse. Sono nati così i totalitarismi. Un pensiero e un esercito. Il potere e la forza.
Ma oggi è diverso.
Oggi nessuno accetterebbe più le costrizioni e le bombe.
In verità continuano ad esserci nel mondo fin troppe guerre e l’America, in particolare, continua ad attaccare popolazioni inermi, civili, donne e bambini. Ma questa è un’altra storia. Anche se è la storia presente, quella che vediamo tutti i giorni in tv, ma che ci sembra solo finzione e che si sembra comunque digeribile fino a che rimane lontana. Noi non vediamo la sofferenza e la violenza che c’è nel mondo. La consideriamo lontana anche quando geograficamente parlando lontana non è. Ma così facendo riusciamo a dominare il nostro ego e a controllare i nostri sentimenti. Non ci sentiamo responsabili perché tutto è lontano e finto. Tanto lontano e tanto finto da sembrarci quasi, paradossalmente, bello. Morte, distruzione e disperazione non ci interessano perché non esistono, non devono esistere. Oggi comunque il primo mondo, quello "civile" e (post)moderno non accetterebbe più catene e fruste, ma le impone ancora al terzo, quarto, quinto mondo. Le cose sono cambiate, ma forse ciò non è sufficiente.
Esistono ancora i potenti, quelli che decidono, ma soprattutto oggi, anche a causa della tecnologia, esiste la possibilità di penetrare la mente umana. Forse finiranno le torture e le sevizie. Ma il bombardamento della psiche umana, del pensiero umano è appena iniziato. In verità, se ne parla ormai da decenni. E non sono mancati gli intellettuali (per lo più marxisti, ma non solo) che hanno letto in maniera apocalittica ed epocale questi dati: sarebbe utile per molti rileggere quei moniti, con i lori limiti, certo, ma anche con le loro geniali e tremende intuizioni.
Forse ora i potenti lasceranno stare il corpo. Ma in cambio ci prenderanno qualcosa di molto più importante. E come se avessimo venduto l’anima al diavolo. E’ come se qualcuno o qualcosa decidesse per noi. E’ come se fossimo eterodiretti.
In fondo ci basta poco: un minimo di benessere, cartelloni patinati e colorati che addobbano le nostre città, la pizza il sabato sera e il cinema la domenica. Fare l’amore ogni tanto, una sigaretta, una partita di calcio (questa è la vita di molti di noi, non neghiamolo!).
L’uomo si accontenta. Non chiede di più. E la macchina continua a girare, veloce veloce in corsa verso la catastrofe finale, non accorgendosi che nello schianto assieme all’uomo, all’arte e alla civiltà, morirà inevitabilmente anche lei stessa e quindi anche il potere occulto che la guida ad occhi bendati. Prima o poi, però, il nastro si bloccherà e qualcuno tornerà a chiedersi se questa sia vita e se questo benessere materiale (per lo più apparente, per altro) sia davvero il massimo grado di felicità raggiungibile.
Oggi inoltre confondiamo sempre più il reale con il virtuale. Proprio come i bambini non siamo più in grado di dire che cosa è realtà e che cosa è finzione. Così finiamo per credere a personaggi di gomma, a fare l’amore con modelle patinate e a sognare, ancora, il mito americano, ormai tramontato inesorabilmente anche negli Usa.
E’ vero che l’ex Urss è fallita. Ma quello non era comunismo. Quello non era marxismo. Dobbiamo smetterla di confondere l’ideologia e la filosofia (che è prassi in sé) con la follia bieca di un uomo.
Occorre essere critici nei confronti della realtà, della non realtà (cioè del virtuale) e della storia.
Bisogna essere critici nei confronti di tutti i totalitarismi e di tutti gli orrori perpetrati in nome della mera follia dei dittatori, i quali vendevano quei fatti come storia mascherata dall’ideologia.
Ma anche l’ideologia diventa marcia quando si privano le idee di libertà e non rimane altro che un idolo da seguire ciecamente e acriticamente. Così non si forma una società di liberi, ma un esercito di fanatici e di sudditi. Così nascono i peggiori integralismi e, naturalmente, le peggiori dittature, che uccidono l’uomo, il sogno, l’idea, la dialettica, che, in una parola, uccidono la vita, la quale, per sua definizione, è civile e sociale.
Il revisionismo
Sarebbe qui interessante aprire il capitolo del revisionismo che stiamo vivendo. Questo atteggiamento d’altra parte è sintomatico dello stato di corruzione e nichilismo al quale, nostro malgrado, siamo giunti, ma vi facciamo solo un accenno. L’analisi critica è entrata in crisi, come l’uomo e come la civiltà. Solo la storia non tradisce ed è per questo che occorre continuare a studiarla, ed è per questo che ci sarà sempre bisogno degli storici, ma di storici critici, coerenti, leali, sociali, in una parola, scientifici.
Fino a qualche tempo fa, almeno in Italia, il revisionismo storico sembrava essere solo una moda, ma in verità, ultimamente, esso è molto di più. Sta diventando una preoccupante manifestazione politica e culturale. L’asse Predappio-Roma è ancora più che mai accesa e la nuova destra italiana e il nuovo fascismo italiano non sono meno preoccupanti di quelli vecchi. Troppo spesso si è sentito parlare di dittatura culturale. Sembra un tema ormai lontano, uno di quei temi che si leggono nei libri di storia, in quelli faziosi, ovviamente, sembra una pagina di storia lontana e ormai superata da tempo, ma purtroppo non è così. Non è così in una società che ormai non è più libera, in una società in cui pochi ricchi si spartiscono il potere economico, politico e culturale. Una società che costringe ancora i bambini di cinque anni a lavorare, quando non li costringe ad essere violentati o uccisi dalle bombe intelligenti, dalle mine giocattolo o dall’uranio impoverito. Uguaglianza, libertà, rispetto reciproco, rispetto per gli altri, per i diversi, rispetto per noi stessi e per la nostra storia: questi sono tutti argomenti faziosi, vecchi, impolverati. Sono tutti argomenti che fanno paura al potere, perché sono tutti temi che fanno pensare, che mettono in contatto le persone, che spingono ad agire. L’attuale clima italiano non è dei migliori. Le ultime manifestazioni della nuova destra e dei nuovi fascisti sono molto preoccupanti dal punto di vista politico e, soprattutto, culturale. I nuovi fascisti vogliono riscrivere la storia, ma riscrivere la storia vuol dire in qualche modo voler modificare fortemente il presente e il futuro. Il revisionismo storico, dal punto di vista propriamente culturale, è semplicemente aberrante. Bisogna poter leggere i fatti storici con una lucidità e con una razionalità talvolta strana. Strana soprattutto perché spesso aliena a noi stessi. Siamo infatti spesso portati a lasciarci prendere dalla passione, il che non è affatto negativo, al patto però che ciò non nasconda la realtà. E la realtà è che qualunque dittatura politica e culturale è sbagliata. Lo è stato nel passato, lo è oggi e lo sarà nel futuro. La storia, insegna che ogni dittatura e ogni sistema totalitario ha in qualche modo oscurato la realtà e messo a tacere la cultura, che diventava così o a servizio del potere o nascosta, e ribelle contro quella forma di barbaro imbavagliamento. E’ anche vero che dalle dittature di tutto il mondo sono nate le migliori avanguardie e i migliori prodotti culturali-contro che la storia, soprattutto quella recente, ricordi. Come a dire che non è la democrazia che stimola l’arte, ma è la mancanza di libertà a farlo. Comunque sia, ogni potere in ogni fase storica si è servito della cultura, dell’arte e della comunicazione. Per quanto, ovviamente ciò sia stato realmente possibile. Imbavagliare gli intellettuali (o in alcuni casi comprarli) e la cultura tutta, cancellare la storia è sempre stato vincente per il potere. I fascisti chiedono nuovamente all’Italia di tacere, di provare paura, di dimenticare la storia che fu. Dobbiamo per questo riscoprire la storia e la politica, per rispondere attivamente al fascismo, al revisionismo e agli attacchi violenti contro la cultura e contro la storia. E’ giunto il momento che la sinistra, almeno quella italiana, si interroghi su quello che sta succedendo, senza continuare a ridere ogni volta che Bossi sbraita sulla razza padana; ogni volta che qualche cardinale di turno sbraita (i preti non sbraitano mai , in verità, loro comandano, intimidano e puniscono, di solito) contro le religioni altre; e ogni volta che i nuovi fascisti chiedono di riabilitare i loro eroi. Certo per nessuno è mai stato facile perdere; e i fascisti per fortuna hanno perso, ma qui non si tratta di una partita e in discussione non c’è la vincita o la perdita di qualcosa: sono in discussione le nostre libertà personali e la nostra dignità culturale. La memoria storica purtroppo è troppo breve. Gli orrori si dimenticano nel giro di pochi decenni (figuriamoci gli errori). E la dignità (così come la coerenza) oramai non va più molto di moda. Penso sia bene aprire un dibattito su questi temi. Penso sia bene dialogare finché ci è ancora concesso. Penso sia bene riscoprire la (parola) politica fino a che è ancora nell’aria. Non si è persa del tutto. Forse c’è ancora qualcuno che ci può insegnare la politica, i valori che spingono l’uomo al meglio, il senso della libertà e della giustizia, quello della fraternità e dell’uguaglianza. Forse ciò è ancora possibile. Anche se lo scollamento dalla politica e dalla vita associata si fa sempre più forte. Anche se imperversano i non valori della tv commerciale, l’erotismo sguaiato che involgarisce tutto, e la volgarità vuota della violenza e della prepotenza. Nonostante tutto questo, nonostante il peso della realtà e la sempre più avvolgente virtualità, nonostante tutto, è ancora possibile riscoprire e rifondare noi stessi e i nostri valori. E’ ancora possibile lottare, volere, pensare. E’ ancora possibile la rivoluzione. Deve esserlo. Potrà forse finalmente esserlo, se sapremo ascoltare, se sapremo dialogare, se sapremo vivere di nuovo la politica e la vita, se sapremo di nuovo vivere per la politica e per la vita.
LO STATO DELLA POLITICA OGGI
Oggi più che in passato la politica è schiava della economia. Gli uomini politici non fanno più la politica per le persone, ma solo per gli interessi di pochi che diventano sempre più ricchi. I politici sono marchettari, prostitute che si vendono al miglior offerente. Per questo non esiste più differenza di campo, per questo non esistono più guerre di valori. Ma tutto questo è amorale. La politica non può essere diventata solo questo. E’ qualcosa di più o, almeno, lo è stata (così dicono).
La politica fatta di slogan e di parole urlate non è ormai più politica.
Non più valori, non più programmi, non più uomini da votare, non più persone che votano. Ma non valori, slogan, capetti da rendere famosi, masse ignoranti da persuadere.
E neanche masse: la differenza la fanno le percentuali ristrette di mediani, di moderati. La differenza nel maggioritario bipolare la fanno pochi uomini.
Le elezioni sono pilotate da un solo uomo e per questo perse da tutti.
E’ questo mediano mediocre che decide per tutti.
La democrazia è quindi annullata in una monocrazia insulsa, o al più in una oligocrazia sbagliata.
Se questi avesse almeno la coscienza del suo potere? Se questi almeno avesse potere?
Se così fosse ci sarebbe almeno qualcuno contro cui lottare per ristabilire i principi comunitari di democrazia e di libertà.
Ma così non è.
Perché questa persona non lo sa.
Perché questa persona non esiste.
Se esistessero ancora la destra e la sinistra storica, la politica potrebbe ancora esercitarsi: avrebbe ancora sfogo, respirerebbe ancora a pieni polmoni, anziché come sembra col polmone artificiale. Non appena la politica smetterà di respirare anche artificialmente, anche la società finirà miseramente, morirà per sempre e con lei noi, "uomini di buona volontà".
Neanche la destra più estrema avrebbe voluto questo.
Ma ciò che più avvilisce è sapere che la sinistra attuale, la sinistra tutta, ancora non capisca.
La politica italiana di oggi nega la vita e nega la libertà.
E lo fa nella maniera più brutta, lo fa in maniera pacata, "moderata".
Lo fa sotto tono, quasi senza disturbare.
Lo fa, probabilmente perché non sa fare altro, perché ha perso la coscienza di sé, della propria storia, dei propri obiettivi. Lo fa perché si è arresa. Si è resa conto che tanto vincono sempre i ricchi e i fascisti e dunque è inutile continuare a lottare i mulini a vento. E invece non deve essere inutile, non deve essere vano, non deve essere impossibile. Politica e vita devono avere un senso. E solo noi possiamo riempire di senso questi ambiti. La nostra vita, innanzitutto, e poi, di conseguenza, anche quella degli altri. Il nichilismo e l’accettazione dei non valori portati alla ribalta dal capitalismo non sono la soluzione. Gettare la spugna e arrendersi al non pensiero non sono la medicina giusta per curarsi dalla malattia di cui è affetta la società.
-------------------------------
IL CASO ITALIANO
Se si considera l’attuale situazione italiana tante cose vengono in mente. Siamo in piena campagna elettorale anche se ufficialmente questa non è ancora stata aperta.
E’ questo maggioritario finto ed importato col quale purtroppo ci tocca di convivere (anche se va detto, ad onor del vero, che gli italiani l’hanno scelto, ma sappiamo bene in quali circostanze e spinti da chi) sta facendo in modo che niente più in questo "teatrino della politica" (e mi si scusi se uso proprio questa frase!) abbia senso.
Centro destra e centro sinistra sono sempre più uguali. Certo io non considero neanche il centro destra.
Pensavo e speravo che la storia recente, ma ormai evidentemente tanto antica da essere quasi stata dimenticata, ci avesse insegnato qualcosa. E invece al potere ci sono ancora o sperano di andarci ancora i soli visi noti della politica italiana: democristiani e fascisti (per altro sono anche resuscitati, e sono anche stati riabilitati, i socialisti).
E il pericolo, che è oggi sotto i nostri occhi, ma sembra che nessuno riesca, o voglia, vedere, non è meno grave e serio di quello che ha trascinato l’Italia nel suo periodo storico più oscuro, violento e disumano.
Berlusconi non sarà Mussolini. E’, o appare, come un homo novus. E’ mister televisione. Incarna i valori biechi del capitalismo, della tv commerciale, del benessere materiale. Lui è bello, buono, ricco, moderatamente intelligente, furbo/astuto. Siamo di fronte ai valori borghesi? O piuttosto ai non valori (post)capitalistici? Il che, in fin dei conti, è la stessa cosa.
Sta di fatto che lui è un imbonitore, non un politico. Nessuno gli toglie i suoi meriti (?), ma un tempo in un paese come il nostro i delinquenti, i ladri, i corruttori stavano in carcere non al governo. E invece in galere ci sono Sofri e la Baraldini, i quali non sono santi, ma questa è un’altra storia.
Fini, Bossi e compagnia bella sono meno paurosi. Da tenere sotto controllo, di certo da non far sedere al governo, ma sono tuttavia meno insidiosi.
La destra, le destre vanno combattute e, se possibile, vinte. Ma questo nuovo leader mediatico che appare sorridente, moderato (questa è pura ironia!), liberale, libertario (tanto ormai la differenza fra le parole non esiste più, almeno per loro), nuovo e bello, è davvero preoccupante.
Tanto più se la chiesa è con lui. Sulla chiesa, contro la chiesa, quante cose si potrebbero dire. Ma ne basti una per tutte. Già una volta avrebbe potuto dimostrare di non essere ipocrita, marcia e venduta, come invece è, e non l’ha fatto, schierandosi dalla parte del totalitarismi e delle guerre.
Tante altre cose si potrebbero dire sugli uomini "nuovi" come Andreotti (che pure aveva una dignità e una indiscussa preparazione politica) e compagnia cantante, ma sarebbe solo fiato sprecato. Ecco perché solo un accenno veloce alle destre, cui non occorre qui dedicare altro spazio. E’ bene però contestualizzare la nostra storia e capire. Capire chi abbiamo di fronte. Capire contro chi dobbiamo lottare. Capire perché dobbiamo lottare. Ascoltare il passato e capire il presente può essere utile e funzionale per riuscire di nuovo a vivere. E soprattutto per riuscire di nuovo a vivere la politica.
Postilla: anche perché se appare evidente contro chi lottare e contro chi votare, non è altrettanto evidente vedere per chi e con chi dobbiamo lottare, e, soprattutto, nell’immediato, chi (e per chi) dobbiamo votare. E questo è un problema palpabile e di non poco conto.
SULLA SINISTRA
La cosa forse ancora più scandalosa è che la sinistra non esiste più. E morta. Anzi è stata uccisa.
Nel panorama politico italiano attuale il meno peggio sembra essere questo centro (pseudo)sinistra che però fa politica come i propri avversari. Ma noi non dobbiamo accontentarci del meno peggio, noi dobbiamo agognare al meglio e lavorare perché sia raggiungibile l’optimo paretiano. Non possiamo continuare ad accontentarci, a votare coloro che fanno meno schifo. Il che può anche andare bene. E, anzi, personalmente preferisco che vincano le elezioni questi mediocri riformisti e centristi, che non la nuova destra, sempre più minacciosa, e preoccupante. Però è triste vivere la politica solo così, con arrendevolezza e quasi con angoscia. Riprendiamoci la politica. Riprendiamoci il gusto di fare politica.
Ma di fare davvero politica, e non come invece la fa l’attuale sinistra.
L’attuale sinistra fa politica come i propri avversari. Solo che usa gli stessi strumenti in maniera meno efficace. Questo va detto: Berlusconi e i suoi pubblicitari sanno usare i mass media. L’attuale sinistra no, ormai sa solo scimmiottare: la destra, l’America (ma un tempo non eravamo tutti antiamericani?), e i propri valori di un tempo che sono stati, prima violentati, poi ridotti a salmi di tre righe, adattabili ad ogni situazione e, soprattutto, ad ogni elettore. Anche ad elettori borghesi, cattolici e moderati. Oggi sono tutti liberali e naturalmente riformisti. Dove è finita la spinta rivoluzionaria della sinistra? Dove è finita la sua anima critica?
In verità oggi siamo tutti, chi più, chi meno, borghesi. E’ inutile continuare a negarlo, è inutile continuare a mascherarsi dietro l’ipocrisia. Dobbiamo invece prenderne atto: la società è cambiata, e con essa i nostri ruoli sociali, ma non sono cambiati i nostri bisogni e le nostre voglie, che rimarranno pressoché immutate in eterno nei secoli. E’ questo il filo sottile che accomuna l’uomo preistorico a quello medioevale e quest’ultimo a noi, passando per quello rinascimentale. E’ questo che rende la storia coerente e la vita naturale. Nell’Italia postindustriale non c’è spazio per la classe operaia, che, per altro, si è imborghesita essa stessa. Così come non c’è spazio per altre religioni, salvo, naturalmente, per le minoranze storiche e per le recenti incursioni (naturali e positive) di immigrati. L’Italia è un paese cattolico, lo siamo tutti, in fondo. Tutti siamo battezzati, molti comunionati, alcuni addirittura cresimati. La laicità si è persa. Ma se quella del paese si è persa, dovrebbe almeno rimanere (se non altro per rispetto alle minoranze, ma non solo per questo, come è ovvio) quella dello stato. Il quale deve essere garante, super partes, sociale.
In quanto poi all’essere borghesi, ormai è una condizione ovvia, nella quale i più sguazzano e alla quale alcuni ancora aspirano. Se mi si permette una battuta, direi che oggi la classe sociale da temere è quella degli arricchiti, i quali non hanno la cultura del lavoro e dell’arte. Ma, a ben pensare, nel pieno dell’era industriale i borghesi non erano che gli arricchiti di quel tempo. Dunque sono ancora una volta gli arricchiti a dover essere temuti e tenuti sotto controllo.
Si parlava della sinistra, ma nel caos generale è spontaneo chiedersi di quale sinistra si stia parlando.
LA SINISTRA, LE SINISTRE, IL PARTITO
Fino a non molti anni fa si parlava con sdegno delle divisioni intestine della destra, a cui si faceva riferimento ad essa parlando appunto delle destre, ma si diceva, quasi fieramente, che la sinistra, per quanto frammentaria e divisa al suo interno (perché la dialettica è sempre stata l’arma vincente della sinistra) era però unica, unita e compatta. Ed era così, o almeno sembrava. Nonostante già dalla crisi della prima internazionale fosse possibile intuire quale sarebbe stato l’andazzo futuro. Eppure un miraggio di unione si è visto o, almeno, intravisto diverse volte sia a livello internazionale, che a livello di PCI.
La storia recente della sinistra italiana è tristemente nota. Ucciso il PCI, sorta la Quercia, un partito (se non proprio il partito) dava ancora l’idea di esistere, e anche di avere una sua coerenza. C’era Rifondazione, nata quasi per gemmazione spontanea, da quello scossone che portò alla scissione, il cui unico errore può essere stato (se proprio vogliamo essere critici) l’avere avuto la megalomane e poco umile pretesa di rifondare quel partito, di cui erano ancora calde le ceneri. Ma gli intenti erano buoni e anche gli uomini. Alcuni smisero di andare a votare. Aumentarono così gli anarchici, anche se quelli veri, puri e crudi, in verità, sembrano essere pochissimi. Comunque aumentarono certamente gli scontenti, in un momento in cui invece l’Italia aveva bisogno di politica, di prese di posizione e di uno stato laico e democratico. Il resto, come si è detto, è storia.
Erano nate le sinistre: un crogiolo di razze e di genti che spesso parlavano lingue diverse e provenivano da ambiti politici diversi e distanti.
Ma la dialettica e il dialogo hanno sempre prevalso in seno alla sinistra, così tutta quella ricchezza e tutte quelle diverse esperienze sembravano, anzi, essere positive. E poi i tempi erano cambiati e i cattolici anche. Inoltre c’era un nuovo nemico da combattere all’orizzonte e nuovi (o vecchi) problemi da risolvere. L’Italia non doveva più combattere la povertà e le diseguaglianze fra un nord ricco e un sud ancora un po’ arretrato, l’Italia ora doveva "entrare in Europa". Come se non ci fosse sempre stata l’Italia in Europa, e come se quell’unione europea non l’avesse fondata lei stessa, assieme ad altri cinque paesi, cui poi se ne erano avvicinati degli altri, sino a raggiungere dapprima il magico numero di dodici e poi , via via aumentando, sino ad arrivare all’attuale numero di paesi amici. Comunque si doveva "entrare in Europa". Ma il sogno dell’Ulivo, che, in verità, era un surrogato di sogno, difficilmente digeribile per molti, ma anche coerentemente il meno peggio cui votarsi, in fin dei conti, è stato affossato dall’interno. Ed ora è anarchia. Rutelli sarà bello, ma non è un uomo politico (in questo, ma solo in questo, ha ragione il suo avversario, il quale, per altro, tutto è tranne che un uomo politico, intendiamoci). Rutelli è una macchina per carpire, se non addirittura per fabbricare, voti, come qualcuno, qualche suo compagno – se è possibile sprecare una parola del genere in questi termini- lo definisce. Ma le sinistre devono smettere di fare politica con le armi non loro proprie. D’Alema ha perso per questo.
CONTRO CHI COMBATTERE E CON QUALI ARMI
Questa blanda sinistra si illude di avere un nemico da combattere, Berlusconi. Il che è vero, ma prima di andare in campo sarebbe meglio ordinare le propria fila e capire bene cosa si vuole ottenere. Capire perché si combatte. Altrimenti si perde di vista ogni cosa e si finisce perfino per perdere di vista la propria immagine e i propri obiettivi.
Così facendo la sinistra attuale perde di vista il suo ruolo storico, trasversale ed internazionale.
Berlusconi è sì un nemico contro cui combattere. Ma a maggior ragione occorre oggi lottare contro le brutte copie di finti cavalieri che stanno a sinistra, si dicono uomini di sinistra, e invece pensano come uomini di destra. In entrambi i casi non si tratta più di destra destra e di sinistra sinistra, ma di surrogati, di pseudo destra e di pseudo sinistra, per capirci, ma questo ci porterebbe ad una riflessione più approfondita e più ampia, quindi da ora in poi usiamo destra e sinistra intendendo la destra e la sinistra attuali, moderate e tendenti a coincidere.
D’Alema, si diceva, ha perso proprio per questo motivo, e cioè non perché abbia sbagliato la propria politica, ma perché ha fatto una politica non propria. Perché ha fatto la politica di Berlusconi.
Ed ha perso perché, oltre ad aver fatto una politica non propria, l’ha fatta anche male. Ha copiato ed è stato scoperto. Un bel cappello da asino non glielo toglie nessuno.
E’ indubbio che i soldi facciano gola. E’ indubbio che le pailettes, il lusso, lo champagne, le ville, le navi piacciano a tutti.
Ma ville e navi non sono nostre.
Forse D’Alema, così come i suoi compagni di cordata hanno dimenticato che Karl Marx è morto povero a Londra, e che Che Guevara è morto povero in Bolivia. E quanti Marx e quanti Guevara vivono al mondo poveri, con meno di un dollaro al giorno? A loro non servono navi e ville: a loro basta la vita.
O meglio la non vita che sono costretti a fare anche per colpa di una sinistra riformista e moderata, che sono costretti a fare anche per colpa nostra.
Forse hanno dimenticato le gesta e le parole di Simon Weill, forse hanno dimenticato la prassi politica e i valori che furono cari ai tanti compagni e alle tante compagne che hanno lottato per la terra e per la libertà. Che hanno lottato per vedere riconosciuti i diritti inviolabili dell’uomo, che hanno creduto sempre che un mondo migliore fosse possibile, che hanno amato, sognato, vissuto.
Se la destra di oggi paga tutto a suon di miliardi, e compra tutto, noi "mettiamo in campo" i valori nostri, quelli che ancora si respirano fra i compagni che ancora lavorano per il partito nelle varie feste dell’Unità. Ora questo è un paradosso che sarebbe molto piaciuto ai filosofi antichi. Ha ancora senso la festa dell’Unità, senza Unità (intesa come coesione del partito e come, soprattutto, giornale del partito)? Mi si scusi la battuta brutale e volutamente provocatoria, ma la fine tragica che ha fatto il giornale del partito, dopo l’altrettanto tragica fine del partito stesso, è qualcosa sulla quale non si può non riflettere. Innanzitutto perché lo spegnimento di una voce sulla scena mediatica è sempre qualcosa di negativo. E lo è tanto più se a spegnersi è una voce così autorevole e così storicamente rilevante come per l’appunto lo è stata l’Unità. Non un giornale eccellente, ma un giornale nel quale lavoravano professionisti ai quale deve andare ancor oggi tutta la nostra stima e tutta la nostra simpatia. Ma decidere di chiudere l’Unità è stato soprattutto un simbolo. I nuovi capetti che hanno preso il posto dei vecchi politici hanno chiuso così un periodo storico. Hanno chiuso con la loro storia recente. Hanno detto basta. Forse è anche per questo che nessuno di loro ha ricordato degnamente l’anniversario recente e importante del PCI. Questi uomini non hanno dignità, perché non hanno storia.
Quanto potrebbero imparare sulla politica e sulla vita quei capetti da tutti i volontari senza volto che instancabili giravano con la sporta dell’Unità la domenica mattina, fermandosi di casa in casa, nella speranza di vendere anche solo una copia in più, per dare linfa vitale al partito, e quanto dai compagni che instancabili hanno cucinato per anni e anni salsicce alla griglia?
Dunque i capetti hanno cancellato la storia. E hanno chiuso la bocca a tutti quei compagni che, invece, ancora avrebbero molto da dire e da insegnare. Probabilmente potrebbero farci riscoprire (e far riscoprire a quei capetti ignoranti) i valori della sinistra.
Quello della Solidarietà e dell’Amicizia. Quello di Giustizia e di Democrazia. Quello di Libertà e di Umanità. Quello dell’Unità e dell’Internazionalismo.
Forse riscoprendo quei valori, lasceremo passare il carrozzo insolente della politica attuale: noi non saliremo, resteremo a terra, nudi e decorosi nella nostra povertà materiale e ricchezza spirituale.
Che gli altri muoiano per il cancro del consumismo che è in corsa verso la fine, senza accorgersi che se l’umanità volge al termine, anche lui finirà in niente, in polvere e cenere.
Dimentichiamo le luci e le paillettes della rivista. Non agogniamo alla fama stupida e vuota. Cerchiamo di riempire di senso ogni azione: cerchiamo di tornare a dare un senso alle parole che ormai sono niente. Le parole senza senso sono solo segno. I valori dimenticati non sono più. Le azioni fatte tanto per farle sono solo gesti nel vuoto di una stanza. Sono movimenti in non luoghi e basta.
Le facce sorridenti dei candidati sui muri sono tutte uguali. Se non ci fosse sotto o sopra o di fianco quel simbolino tu non capiresti chi è "dei nostri" e chi è "dei loro". Le frasi sono le stesse: scritte dagli stessi pubblicitari per lo stesso fine: vincere, vincere, vincere. E anche i simboli in verità ormai non simboleggiano quasi nulla.
Sembra che tutto sia finito, e che la lotta politica non sia che una lontano ricordo, un impolverato soprammobile da riporre, prima o poi, in soffitta per sempre. Sembra qualcosa di desueto e obsoleto, qualcosa di lento e vecchio. Qualcosa che certo non può gareggiare con la velocità e la bellezza estetica di tv e internet, aggeggi diabolici che ci accoglieranno in un limbo (post)moderno malizioso e benigno col loro sorriso (virtuale anch’esso) rassicurante e convincente.
Finiremo così, come predetto da Orwell, eterodiretti dal potere (altra desuete parola) salvo il fatto che quel potere era intelligente, mentre questi pseudo poteri sono solo furbi.
Ma noi non cogliamo più la differenza fra furbo e intelligente, fra bene e male, fra rosso e nero.
Il candidato premier
La cosa davvero assurda è proprio che non percepiamo più le differenze. Certo, si diceva, le differenze di campo non esistono più. Eppure devono esistere delle differenze. Non tutti crediamo negli stessi valori. Col che non dico che certi valori siano in assoluto positivi e altri, quelli degli altri in genere, siano in assoluto negativi. Però deve esistere una differenza fra ciò che si ritiene valore e ciò che invece si ritiene non valore. Ed è su questo campo che si può, e si deve, ancora lottare. Inoltre i valori universali, come quello dell’uguaglianza e della libertà, non possono essere confusi col niente proposto dagli altri, o con i valori della moneta e del mercato. E poi non tutti portano avanti quei valori, anzi, forse, a ben pensare, pochi oggi li portano avanti. Oggi le campagne elettorali si svolgono a tavola. Berluscni e Rutelli danno cene per raccogliere i fondi per le loro campagne elettorali. Va detto che il prezzo della cena di destra è lievemente più salato di quella di "ciccio bello" Rutelli, perché in fondo "noi siamo proletari", però è proprio sbagliato il dato di fondo. Che senso ha continuare a fare politica in questi termini, continuare a fare dichiarazioni televisive, continuare a bluffare? La sinistra ha dei valori e dei compiti ben precisi. E’ per questi che deve continuare ad esiste, a lavorare e a lottare. Non per raggiungere il potere, non per vincere una partita di calcio, ma per adempiere al suo compito storico. Non si può continuare a giocare alla guerra, soprattutto quando ci sono dei problemi, inevitabili, da risolvere. La società si sta disgregando pian piano, inesorabilmente, al ritmo metallico della musica dance sparata in stereofonia dagli autoparlanti della televisione, sul cui monitor, che ormai nessun guarda più con molta attenzione, passano immagini di candidati belli e tutti uguali, il cui unico scopo è quello di essere maggiormente applauditi. Ma non è questo lo scopo della politica.
E comunque, non sono questi i fini che deve perseguire la sinistra. Ma questa sinistra blanda, moderata e riformista, tende al centro e al libertarismo, dimentica la storia, anche la propria e insulta la memoria di chi ha tanto lottato e tanto creduto.
La sinistra deve perseguire fini comunitari e sociali che tendono ad unire l’uomo, non a dividerlo.
Deve lavorare per questo, non per il finto benessere derivante dal consumismo, non per il finto associazionismo fatto di manichini numerati che si muovono su ordini impartiti dall’alto per un finto altruismo. E la finzione, si sa, è micidiale.
Il dato di fatto è che oggi non si sta più assieme.
Si è perso nei tempi il significato dello stare assieme.
Ognuno di noi è solo.
E da soli non si vince e non si perde, perché da soli non si può lottare e non si può vivere.
Occorrono gli altri per provare ad essere uomini. E occorre essere uomini per stare con gli altri.
Tendere alla comunità è prassi Volere, agognare la vita associativa è prassi, ma sembra che oggi tutto questo non ci sia più, sembra che tutto questo non abbia più valore. E in effetti queste merci non hanno un grosso valore di mercato. Ma se il valore di scambio non è elevato, alto è invece quello d’uso. Proprio come per l’acqua o il pane.
E tutto questo non c’è più per la volontà dei capetti borghesi che siedono ai tavoli importanti dei giochi mondiali, e giocano forte, senza pensare che la posta in gioco è la vita di milioni di persone.
I bambini che muoiono di fame in Ruanda non lo sanno che sono solo pedine che servono al potere, non lo sanno che muoiono solo perché qualcuno ha voluto che così fosse.
Gli albanesi che vengono in Italia non lo sanno, ma siamo noi a volere che sia così. A volere che esistano disgraziati da accogliere, da additare, da incolpare, da punire.
Uccidere è facile. Ed è tanto più facile farlo in maniera impersonale. Uccidere un uomo a freddo è una questione da duri, ma ucciderne milioni e milioni da lontano è facile: è un gioco divertente e poco costoso, è un attimo. Siamo colpevoli anche noi della morte.
Esiste anche un’altra forma di morte, però, si tratta di una morte psichica che è in grado di creare il potere.
Non esiste più la sinistra.
Non esiste perché nessuno è in grado di accollarsi gli errori e, perché no, anche gli orrori, propri di quella sinistra. Una sinistra che però portava avanti lotte giuste e principi che sapevano di buono.
Ma la libertà, così come la vita sono due cose difficili da mantenere, difficili da gestire. La libertà è la certezza di poter sbagliare, è la possibilità di provare, è la tentazione di fare qualcosa di giusto (e di buono). La vita è stare assieme, è poter leggere e voler pensare.
La politica italiana di oggi nega la vita e nega la libertà. E lo fa nella maniera più brutta, lo fa in maniera pacata, "moderata". Lo fa sotto tono, quasi senza disturbare.
La gente non va più a votare: non ci va più perché non ci crede più, non ci va più, perché non ha più senso farlo. Quando manca l’alternativa, quando manca la possibilità di scegliere, viene pian piano a scemare anche la voglia di farlo.
E’ invece nella natura dell’uomo scegliere. Scegliere fra alternative, scegliere le alternative.
Ma quando vengono meno le alternative, non ha più alcun senso scegliere. E con questo perde di senso l’intera vita umana.
In ciò sta l’errore dei moderati di tutti i partiti. Se in media stat virtus, non è però altrettanto vero che in media sia anche la felicità.
Ma la felicità è astratta, dirà qualcuno, non è concreta, è immateriale.
Ma la gioia del vivere è quanto mai materiale. Ed è gioia star bene con se stessi, sapere che la strada intrapresa è, per quanto dura, buona; è accettare, se non capire, il senso della vita.
RIFONDAZIONE COMUNISTA
Per quanto riguarda poi Rifondazione Comunista, che nel frattempo ha visto andarsene, con non poco dolore, ma post factum, senza aver troppo perso nella divisione, per quanto tutte le divisioni siano traumatiche e in sé perdita di valore, l’ala cossuttiana, certo il suo ruolo non è dei più facili. Potrebbe forse essere un po’ meno borghese e davvero tentare di rifondare il partito.
RIFONDARE IL PARTITO
C’è un gran bisogno nell’aria di un partito che raccolga coloro che ancora credono nei valori della sinistra. Un nuovo partito comunista che si ispiri ai principi della filosofia marxista e che sia pronto a sfidare il (post)capitalismo e a lavorare nella direzione di una nuova rivoluzione dei popoli. Una rivoluzione che porti al trionfo dello stato sociale, della democrazia e della libertà. Una rivoluzione che ci faccia riscoprire il significato della fraternità fra i popoli, ponendo così fine alle lotte e alle guerre, alle distruzioni e alla povertà. C’è bisogno di un partito nel quale possano confluire tutti coloro che credono nella libertà e nello stato, nell’uomo e nella dialettica, unica arma, assieme al pensiero, di cui un uomo civile ed intelligente deve dotarsi per sconfiggere il potere, l’ipocrisia e il rifiorire di integralismi, dei fanatismi e dei fascismi.
Ma la non politica che stiamo vivendo oggi non è in grado di dare risposte a dei problemi. L’unico suo scopo attuale è centrare il target e vincere per rendere potenti alcuni personaggi di gomma. Ma centrare il target non è fare politica. Fare politica non deve solo essere in Italia demagogia e strategia. Deve in qualche modo aver senso. E oggi come oggi non ne ha più, soprattutto se, come vedo, la sinistra continua ad affondarsi da sola. Chi è davvero disposto a votare Rutelli? Nessuno! Ma chi è in grado di vedere il pericolo a cui andiamo in contro? Pochi, perché siamo tutti, chi più chi meno, dilaniati da una sorta di guerra civile, iniziata decenni or sono e non ancora terminata. Quella lotta intestina ci ha trascinato nella Prima Guerra mondiale: quando i comunisti del mondo avrebbero potuto dire no alla guerra. E il resto è storia. In Italia l'anniversario del PCI, cui si è già fatto riferimento, è stato triste per molti motivi (compreso il fatto che i DS non hanno neanche avuto il coraggio e lo scatto di orgoglio di salutare degnamente il proprio passato, la propria storia, tutti i lavoratori e i comunisti che hanno lavorato e lottato, che sono morti per far sedere dove siedono i vari Veltroni, D'alema e oggi anche i vari Rutelli), ma soprattutto per il fatto che quel partito non c'è più. E' stato ammazzato dalla mediocrità e dalle lotte interne per il potere. Un tempo i comunisti non lottavano per il potere, ma si sa come è finita la storia. E regna su tutto la divisione.
Ma divisi, compagni dove andremo e soprattutto cosa potremo fare? Forse discutere e scannarci fra di noi sulle ideologie, sulle appartenenze e sulle parole. Il che è naturalmente importante, ma non sufficiente. Quello che occorre nell’immediato è battere le destre e Berlusconi per poi iniziare di nuovo la lotta contro il capitalismo (il neo capitalismo, non meno invasivo e pericoloso del vecchio), nel tentativo di ricostruire quel che è rimasto dello stato sociale e nella prospettiva del socialismo. Forse abbiamo dimenticato tutti quale era il motto di chiusura del manifesto comunista: compagni, poniamo fine alla diaspora e alle lotte interne, e (ri)uniamoci, per creare assieme qualcosa di buono e di nuovo!
Forse non è troppo utopico ripartire da ciò che è rimasto del PCI, da Rifondazione Comunista, la quale può (o almeno potrebbe) essere una buona base per rifondare davvero il partito, e per riaggregare tutti coloro che credono ancora in determinati valori e in determinate idee, nel rispetto dell’autonomia di tutti e delle peculiarità di ognuno. Sarebbe bello vedere di nuovo assieme le persone laiche e di sinistra che non si vogliono arrendere al non pensiero unico imperante, alla globalizzazione e al dilagare del fascismo culturale. E’ vero, in effetti, che l’attuale problema oggettivo immediato per l’Italia sono le elezioni, superate le quali, però sarà necessario, con più tempo e meno pressioni, riparlare del partito migliore e della filosofia marxista-leninista. Ma ora il problema concreto è un altro: vendere, anzi regalare, l'Italia ai fascisti (è bene chiamarli col loro nome), oppure lasciar vincere (il che tra l'altro non è certo facile) Rutelli? Ma chi è davvero disposto a votarlo?
Questo è un problema di non poco conto che ci riguarda tutti e che, soprattutto riguarda le nostre coscienze (ma che ben presto riguarderà anche la nostra vita materiale).
L’attuale politica, così come è giocata, ha fatto perdere di vista il vero senso della lotta. Per chi si lotta oggi? Contro chi si lotta? Ciò che possiamo scegliere è al massimo il meno peggio. Ma questo è fortemente limitante e frustrante. Noi dobbiamo tendere invece al meglio. E per far questo occorre ripartire, riprovare. Per fare ciò dobbiamo ascoltare chi ancora può insegnare qualcosa. Dobbiamo poterci confrontare e incontrare. Dobbiamo volere che le idee prevalgano sul resto e le parole sulla violenza, la quale invece, soprattutto ultimamente sembra aver preso il sopravvento. Lotta, prassi e rivoluzione saranno sempre più lontane fino a quando non torneremo ad essere persone civili e a credere in valori sociali, quali quello della solidarietà e quello dell'uguaglianza. Già troppe vittime sono state mietute in nome della violenza. Non deve essere versato altro sangue. La lotta continuerà, certo, ma dovrà continuare senza spranghe, bastoni, nè bombe. Che siano gli altri, i fascisti, ad usare questi mezzi. A noi basteranno le parole e le idee, con le quali sarà certamente possibile rifondare il partito, e forse, anche vincere.
UN INCISO
La discesa all’inferno del PRI: ovvero la fine dell’antifascismo e della laicità
L’intestina lotta fra verdi e rossi, soprattutto in alcune zone, come l’Emilia Romagna, ha sempre superato quella contro i democristiani e forse, in alcuni momenti particolari, anche contro il fascismo. Anche perché contro quest’ultimo la forza laica (ma va detto che anche quelle cattoliche contribuirono in quella fase) furono, seppur per troppo poco tempo, unite e compatte. Questa è stata la resistenza italiana. Questo ha portato alla democratizzazione dello stato. Questo ha portato alla stesura della nostra Costituzione, sulla quale tante cose andrebbero dette. Una per tutte: andrebbe riletta, o, in alcuni casi, letta per la prima volta. Dice molto più di ciò che oggi vogliamo che essa dica. Certo in alcuni punti può apparire datata, forse anche superata. Di certo compromissoria. Ma un grande pregio hanno avuto i 75: quello di vedere lontano e di prevedere i nuovi attacchi allo stato, alla dignità della persona, alla società tutta, alla libertà. Per questo è rigida. Perché quella, anzi questa, Costituzione costò tanto a quanti morirono per l’Italia e per la libertà dei popoli. Sembra che oggi tutto questo sia stato dimenticato, archiviato, forse addirittura cancellato. Oggi diamo per scontate un po’ troppe cose, e questo atteggiamento è preoccupante. Lo è perché la nostra storia repubblicana e democratica è molto recente e dunque non ancora consolidata (diversa è la situazione della Francia, ad esempio). Ed anche perché spesso è facile urlare ed affidarsi alla voglia di cambiare, spesso più legata a particolari interessi che non alla reale volontà di migliorare le cose. Abbiamo una tremenda paura di capire. E invece ciò aiuterebbe molto.
Ma tornando al partito repubblicano: è sconcertante ciò che accade oggi. Non tanto per il peso politico di questo partitello che ormai conta pochi adepti, evidentemente rincoglioniti dagli anni, quanto invece per il palese tradimento alle proprie tradizioni, ai propri martiri, ma soprattutto alla coerenza politica in generale.
Credo che il partito comunista, o ciò che ne è rimasto in Italia, non possa certo dare lezioni di coerenza, ma almeno non ha mai cambiato campo, forse ha dimenticato di ararlo e di seminarlo (e così non si raccoglie di certo), ma almeno non l’ha abbandonato, almeno per ora.
Certo in futuro forse si può prevedere un bel partito unico in cui non esistono più differenze, né idee, né persone, ma solo automi, pubblicità, tv commerciali e tanti, tanti oggetti da comprare, per vivere finalmente felici senza più pensare.
RIFONDARE LA SOCIETA’
Si è sempre usata sin qui la parola rifondare, nonostante a principio si fosse criticato questo atteggiamento in seno all’allora neonato partito sganciatosi dal PDS. Questo per due motivi: in primis nell’intento di usare la parola col significato di "rivivere". La fondazione di qualcosa è infatti sempre un atto partecipativo, passionale. Dunque si può usare il termine con questa accezione. E forse lo è tanto più se si tratta di "rifondare", rivivere, rivolere che ciò accada (questo per il partito, per la società, per la politica e forse anche per noi stessi). In secondo luogo perché credo, forse da illusa, che sia possibile fare ciò, cioè rifondare (o riscoprire, per rivivere) il partito, la società, la politica, partendo proprio da Rifondazione Comunista, o comunque da quanti abbiano voglia di spendersi almeno un po’ per ritrovare il valore della società, per riscoprire la bellezza dello stare assieme e del dialogo. Per questo occorre rifondare la società, o, quanto meno, riscoprirla.
C’è bisogno di comunismo e, in generale, di laicità per dare una risposta al bisogno di socialità che ognuno di noi ha. Oggi siamo sempre più soli, localizzati, ciò nonostante la globalizzazione che avvicina tutti e rende tutti, apparentemente uguali, ma che in verità decentra e rende tutti più soli e asociali.
Bisogna riscoprire la società, la libertà e il pensiero. Bisogna tornare a pensare per essere davvero liberi, per poter dimostrare le nostre capacità e per riscoprire la vita associata. La comunità, piccola o grande che essa sia, può essere la base per ripartire, per rifondare la società e per intraprendere un dialogo sereno con altre culture. Il rispetto reciproco e la voglia di conoscere saranno alla base della società civile e moderna. Forse così sarà davvero possibile riscoprire o rifondare l’internazionalismo di cui tanto si è parlato, ma del quale, in effetti, i più hanno paura, perché gli altri sono sempre diversi. E invece non deve più essere così. Deve essere possibile collegare fra loro le genti e le culture, deve essere possibile il dialogo fra le genti e le culture. Ma per ritornare a questo, e cioè ad una società civile e rispettosa delle differenze e della ricchezza portata da ognuno, una società nella quale prevalga l’armonia e il dialogo, una società di persone uguali e libere, occorre riappropriarsi (e forse addirittura rifondare) della (parola) politica.
Letizia Magnani