LA MEMORIA TRADITA

Angiolo Gracci: LA RIVOLUZIONE NEGATA - Il filo rosso della
Rivoluzione italiana,
La Città del Sole, 1999
PREMESSA, pp. 17/23
"Ai lettori"
Il presente saggio storico - breve e a carattere
divulgativo - ha, a sua volta, una storia che può aiutare il
lettore a comprenderne le ragioni e il senso. Scritto, infatti,
nei primi anni '50, quasi mezzo secolo fa, rispose
all'insopprimibile impulso di reagire alla persecuzione
anticomunista della D.C. scelbiana posta in essere
all'indomani dell'insurrezione partigiana e popolare del 25
aprile 1945 che aveva concluso, in Italia, la disastrosa Seconda
guerra mondiale.
Il decennio successivo vide l'insediamento e il consolidamento al
potere di una massiccia restaurazione moderata che si sarebbe
protratta, di fatto, fino ad oggi, alle soglie del XXI secolo.
Ciò avvenne attraverso una precisa strategia elaborata, da
tempo, nelle linee essenziali, oltre Oceano e concertata, per la
pratica attuazione, con i vertici collaborazionisti delle
tradizionali forze conservatrici del nostro Paese. Queste,
mantenutesi in vita e rafforzatesi con la dittatura fascista e la
sua aggressiva politica imperialista, nonostante la catastrofe
bellica di cui erano le prime responsabili, riuscirono a
riciclarsi, in buona par te, nella medesima Resistenza: dalle
alte gerarchie capitaliste e agrarie a quelle ecclesiastiche,
dagli apparati dirigenti della burocrazia pubblica e militare
alle vecchie "cupole" della criminalità organizzata.
Così, poggiando sull'impunità e l'attivo sostegno assicurato
dal poderoso dispiegamento delle forze armate e della propaganda
degli alleati angloamericani "liberatori"-occupanti,
stragi banditesche, assassinii mafiosi ed eccidi polizieschi
riuscirono a bloccare, nel Meridione, il movimento di riscossa
delle masse contadine da sempre affamate di terra e, nel
Settentrione, il
movimento operaio che era stato avanguardia cosciente e spina
dorsale dell'intera lotta antinazifascista.
Come, ormai, ampiamente documentato, a partire dalla fine degli
anni '60 fece seguito la lunga stagione delle "stragi di
Stato" promosse dai servizi segreti indigeni assoggettati ai
piani criminali di destabilizzazione programmati dai servizi
statunitensi e fatte eseguire da manovalanza neofascista. Non a
caso tutti i mandanti e gran parte degli esecutori sono rimasti
impuniti.
Al primo governo unitario postbellico di Ferruccio Parri,
ultima espressione del potere politico del Comitato nazionale di
liberazione (C.N.L.), fu concessa brevissima vita. I partiti
storicamente rappresentativi delle masse popolari lavoratrici, il
P.C.I. e il PSI, dapprima furono estromessi dall' esecutivo e,
poi, ricorrendo anche alla corruzione dei vertici, indotti a
rompere il prezioso patto unitario che, assicurando la condizione
primaria per portare avanti le parole d'ordine di "libertà,
democrazia e indipendenza", aveva consentito di giungere
alla vittoriosa insurrezione del "25 aprile". Sorte
analoga subì la stessa grande organizzazione sindacale unitaria,
la Confederazione generale italiana dei lavoratori (C.G.I.L.).
Rivolgendosi ai milioni di reduci e disoccupati, il capo del
nuovo governo, Alcide De Gasperi, indicò ,per sopravvivere, la
via dell'emigrazione. L'avvento della Costituzione repubblicana
fondata sul lavoro (1 gennaio 1948) venne sprezzantemente
definito dal ministro degli interni Mario Scelba come una
"trappola". Irridendo al giuramento dato veniva
tradito, così, il preciso dovere istituzionale che
imponeva, invece, l'impegno, in prima persona, per attuare,
difendere e fare rispettare il nuovo solenne "patto
sociale".
L'epurazione dell'apparato statale e della pubblica
amministrazione - saturo di gerarchi fascisti e quadri politici e
militari già attivi strumenti della ventennale dittatura e della
filonazista Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.) - si risolse in
una autentica beffa mentre, per contro, si dispiegava la
rappresaglia persecutoria nei confronti di migliaia di
partigiani. Gli stati maggiori delle forze armate e di polizia
venivano sottoposti al controllo, alle direttive e ai superiori
interessi, oscuri e inconfessabili, della nuova potenza straniera
egemone, gli Stati Uniti d'America. L'imponente movimento
popolare dei "partigiani della pace"- sorto per
contrastare il continuo, minaccioso brandeggiare, sull'intero
mondo, di un ricatto atomico che evocava le ecatombi di Hiroshima
e Nagasaki - fu fermato dalla violenza e dalla provocazione che
profittavano della incerta, debole risposta delle centrali
politiche dell'opposizione.
L'alto clero - che, nel ventennio, aveva tratto grandi benefici e
nuovo potere schierandosi a sostegno della dittatura fascista -
consacrò, benedicente, il nuovo scenario con ampio ricorso a
miracoli tra le popolazioni più arretrate e lanciando anatemi e
scomuniche contro le avanguardie democratiche e rivoluzionarie
che, per un quarto di secolo, avevano condotto e sostenuto il
peso della durissima, sanguinosa lotta politica contro la
dittatura fascista e della Guerra di liberazione. Esse, ora,
dovevano essere rese odiose alle masse e, quindi, isolate. In
questo quadro, il ricostruito fronte delle forze reazionarie
moderate nazionali e internazionali riuscì ad assicurare il
proprio reinsediamento al potere "vincendo" quelle
elezioni politiche del 18 aprile 1948 che una delle figure più
rappresentative del lungo potere D.C., Oscar Luigi Scalfaro, ha
inteso esaltare, da presidente della Repubblica, nel suo ultimo
discorso di fine d'anno (31 dicembre 1998), come quelle in cui "vinse
la libertà e [...] la democrazia fu riservata a tutti".
Questa impudente affermazione - espressa usando strumentalmente
l'autorità conferita dal ricoprire la massima istituzione
repubblicana - avrebbe voluto dare una prima impossibile
legittimità democratica a quello che fu, invece - con le
elezioni
politiche del 18 aprile 1948 - un vero e proprio atto di
sopraffazione consumato dalle forze della reazione internazionali
e
nazionali attraverso una mobilitazione
condizionatrice-coercitrice, di imponenza mai vista, guidata
dall'imperialismo U.S.A. con
estrema, cinica determinazione contro la capacità di libera
determinazione del popolo italiano.
D'altra parte, proprio quelle prime elezioni politiche
post-fasciste dimostrarono l'inequivocabile natura reazionaria di
quanti avevano fatto tutto e di tutto per vincere ad ogni costo.
Non a caso, tra l'altro, esse furono suggellate, poche settimane
dopo, non solo dal tentativo d'assassinio di Palmiro Togliatti,
l'allora prestigioso esponente nazionale del P.C.I.. I comunisti
italiani, l'anno successivo, sarebbero stati scomunicati e
additati come i nuovi figli del diavolo ripetendo così
l'anatema che, un secolo e mezzo prima, aveva bollato i nostri
patrioti giacobini. Intanto l'ondata repressiva - in una Italia
già inserita nel Patto atlantico - colpì migliaia e migliaia di
operai, lavoratori, militanti insorti spontaneamente dopo
l'attentato neofascista al loro massimo dirigente.
Fu, dunque, in tale contesto epocale che un mai precisato ma,
sicuramente, vastissimo numero di veterani della Guerra di
liberazione antinazifascista - rei d'avere combattuto nelle
brigate d'assalto "Garibaldi", nei gruppi e nelle
squadre d'azione patriottica (G.A.P. e S.A.P.) e di militare
nelle file comuniste - furono espulsi dai loro posti di lavoro, o
costretti, o indotti a lasciarlo. Questo si verificò,
soprattutto, nelle forze armate e di polizia, tra il personale
degli arsenali militari e, più in generale, in tutti i settori
"delicati" dell'apparato dello Stato nonostante che
questo si fosse costituzionalmente trasformato, da dittatura
monarco-fascista, in repubblica democratica fondata sul lavoro e
sulla sovranità popolare.
Quale giovane ufficiale in servizio permanente - che dopo il
rimpatrio dall'Albania e la successiva invasione nazista del
Paese, aveva disertato, per unirsi, in Toscana, ai partigiani -
non sfuggii a quella persecuzione, il cui particolare accanimento
traeva giustificazione dal fatto che, nella Resistenza, ero stato
comandante di una delle formazioni garibaldine più combattive.
Del resto, avevo rifiutato di adattarmi alle mutate circostanze
rendendomi compatibile col "nuovo ordine" e avevo
ritenuto
doveroso, invece, continuare, in qualche modo, a resistere.
Disarmate, smobilitate e disperse le formazioni partigiane del
Corpo Volontari della Libertà, primo autentico esercito popolare
volontario nella storia nazionale e punito, inquisito, isolato e
trasferito da un capo all'altro della Penisola, l'unica via per
non arrendermi e mantenermi coerente con quegli ideali sociali e
patriottici che la lotta partigiana aveva maturato in senso più
realistico, mi apparve essere la reimmersione culturale nella
memoria storica del popolo cui sentivo fortemente di appartenere
e nel cui interesse e per le cui antiche speranze di rinnovamento
mi ero battuto. Non poteva essere stato, certo, per nulla l'aver
visto cadere, al mio fianco e di fronte, da una parte e
dall'altra della "barricata ", tanti miei simili,
coetanei e perfino più giovani. Tutti, li avevo sentiti
affratellati nella morte, vittime, pressoché tutti innocenti, di
una sola barbarie, la guerra imperialista.
Così, ripercorrendo a ritroso le pagine della nostra storia, e
con l'animo ancora emotivamente scosso anche da quanto avevo
visto e appreso vivendo alcuni anni, a seguito di un
trasferimento punitivo, nel più lontano Meridione, mi ritrovai
alle origini del Risorgimento, al manifestarsi del primo
movimento rivoluzionario significativamente caratterizzato in
senso nazionale e unitario. Immedesimandomi, fui indotto a
riflettere sulla straordinaria, drammatica vicenda dei
repubblicani giacobini napoletani che, sebbene esigua
avanguardia, sorretti da una fortissima fede ideale, davvero
avveniristica, davanti alle soverchianti forze messe in campo
dalla conservazione, avevano alzato sul loro tricolore, con
ammirevole coraggio, le magiche parole di "libertà e
uguaglianza" difendendole, poi, fino alla morte e al
martirio, una volta rimasti soli, abbandonati a se stessi, dopo
il ripiegamento verso il Settentrione dei "liberatori"
francesi.
Ricercai, allora, ovunque mi fosse possibile, libri e
testimonianze su quel periodo decisivo avvertendo,
contemporaneamente, il bisogno incoercibile di reinterpretarlo
attraverso le speranze e le esperienze che avevo acquisito
combattendo nelle file dell'avanguardia più politicizzata delle
masse popolari italiane nell'ultima fase storicamente rilevante,
quella resistenziale, di cui, appunto, ero appena reduce. Mi
apparve denso di messaggi il fatto che questo ampio movimento
rivoluzionario delle classi subalterne del nostro Paese, il primo
a livello nazionale, avesse avuto come suo esordio, a Napoli, le
"quattro giornate" insur rezionali del
settembre-ottobre 1943. Avvertii, allora, come di esse, di questo
primo segnale di riscossa dell'intero Paese, fos sero stati il
preannuncio proprio i patrioti giacobini napoletani e del
Meridione.
Obbedendo, perciò, ad un'intima esigenza, volli esprimere in uno
scritto l'essermi sentito, in qualche modo, testimone attuale di
quegli eventi, esaltanti e tragici, che avevano avuto come
interpreti altri italiani, quei primissimi patrioti
rivoluzionari.
Ricordandoli con ammirazione, dai giorni e dai luoghi del loro
sacrificio sentivo giungere come un' eco, una voce che, per
quanto remota, chiedeva di non essere dimenticata, ma considerata
presente, di essere accolta e confluire legittimamente, in
conseguente continuità, nell'alveo più ampio e corale
dell'epilogo parzialmente vittorioso della recente lotta
resistenziale. Una lotta sostenuta dal nostro popolo per la sua
liberazione dallo sfruttamento, dall'ignoranza, dai privilegi e
dall'abusivo potere di minoranze privilegiate e corrotte e dalle
nuove forme assunte dal predominio imperialista straniero. Una
lotta che aveva inteso spezzare quelle stesse catene che anche i
giacobini di Napoli e del Meridione avevano tentato di rompere
nel fatale 1799.
A distanza di tanti decenni dall'aver soddisfatto quella mia
esigenza psicologica e intellettuale, avevo praticamente
dimenticato il dattiloscritto tra le carte accumulate nel corso
di un 'intensa vita militante.
È stato, invece, con l'approssimarsi delle celebrazioni per
il secondo centenario della Repubblica Napoletana che, con
l'ap parire di articoli e recensioni evocanti personaggi e
tematiche relativi alla sua storia, mi sono ricordato come
io stesso me ne fossi interessato tanto tempo prima. Ricuperato
quel breve saggio, sono stato, poi, esortato a farlo conoscere, a
socializzarlo. Rileggendolo, mi sono reso conto, d'altra parte,
ch'esso, pur nella sua modestia, avrebbe potuto essere utile
strumento di divulgazione e di riflessione su una parte
essenziale della nostra memoria storica collettiva oggi così
assopita, distratta e gravemente minacciata dalla devastazione
culturale condotta, metodicamente, dalle forze della
globalizzazione imperialista.
Nella conseguente decisione di aggiornare e rielaborare alcune
parti del testo per sottoporlo, quindi, al pubblico, mi
sono sentito sostenuto, in modo determinante, dal
fondamentale insegnamento gramsciano secondo cui, in Italia, il
primario stru mento utilizzato dalle classi sfruttatrici per
dominare è stata proprio l'ignoranza della storia nazionale
coltivata nelle masse popolari.
Ed è stata, anche, la convinta compenetrazione in quelle pagine,
apparentemente lontane, della nostra storia, che mi ha aiutato a
superare l'ultima esitazione: se sarei riuscito o meno a far
emergere e rendere evidente una rilettura del bicentenario
1799-1999 come rappresentazione obiettiva di ciò che avevo e ho
profondamente recepito essere stato e continuare ad essere il
"filo rosso" che ha percorso almeno tutta la vicenda
storica dell' Italia contemporanea: il "filo rosso"
delle profonde, insoddisfatte tensioni rivoluzionarie, che, a mio
avviso, unisce dialetticamente, ma indissolubilmente, la vicenda
dei partigiani "giacobini" della Repubblica Napoletana,
all'alba del Risorgimento, a quella dei partigiani
"garibaldini" della relativamente recente Resistenza
popolare, alba, a sua volta, della lungamente agognata Repubblica
di tutti gli Italiani. Una repubblica dalla democrazia ampiamente
incompiuta, perché non vede, ancora, "tutti i
lavoratori" al potere, così come, invece, esige,
inequivocabilmente, la sua insidiata Costituzione.
Buona lettura, dunque, amico lettore!
ANGIOLO GRACCI