PREMESSA
Queste pagine dovrebbero veramente essere intitolate:
Mosca, gennaio 1937. Perché a Mosca la vita scorre cosi rapidamente, che molte cose affermate un giorno, dopo pochi mesi non sono piu' vere.Ho visitato la citta' con persone che la conoscevano bene; ma, essendone stati assenti per sei mesi, scuotevano il capo dicendo:" È questa la nostra città? " Ciò nonostante scrivo:
Mosca 1937. Mi prendo questa libertà, non avendo intenzione di tracciare un quadro esatto ed obiettivo; una simile impresa sarebbe assurda dopo un soggiorno di sole dieci settimane. Voglio piuttosto annotare semplicemente le mie impressioni personali per i miei amici, che chiedono avidamente:" Che cosa ne pensi di Mosca? Che cosa vi hai visto?" Siccome devo emettere dei giudizi della cui soggettività mi rendo perfettamente conto, racconterò subito con quali speranze e timori mi recai nell’Unione Sovietica, affinché ognuno sappia in quale misura le mie sensazioni furono influenzate da sentimenti e pregiudizi.
Partii in veste di simpatizzante. Sì, simpatizzavo, a priori, con l'esperimento di costruire un Paese gigantesco unicamente sul raziocinio ed andai a Mosca con la speranza che l'esperimento fosse riuscito.
Per quanto io non desideri che vengano eliminati sentimenti, fatti logici ed illogici dalla vita privata del singolo, per quanto nuda trovi una vita basata sul puro raziocinio, sono tuttavia profondamente convinto che le istituzioni della società,se vogliono fiorire devono essere basate sul giudizio e sulla ragione.
Abbiamo assistito sgomenti a quanto è accaduto nell'Europa centrale, dove gli Stati e le leggi erano basati su sentimenti e pregiudizi e non sulla ragione. Ho sempre considerato la storia mondiale come una grande e continua lotta conbattuta da una minoranza intelligente contro una maggioranza di sciocchi. In questa lotta mi sono posto dalla parte della ragione e per questo simpatizzavo a priori con il tentativo gigantesco intrapreso da Mosca. Ma, nonostante la mia simpatia, restavo tuttavia dubbioso. Il socialismo pratico poteva funzionare soltanto mediante la dittatura di una classe e L’Unione Sovietica era, quindi, una dittatura. Ora, io sono uno scrittore e per di più scrittore per vocazione, cioe' sento l'assoluta necessità di esprimere liberamente di ciò che osservo, penso,vedo, e vivo senza riguardo del singolo, senza riguardo di una classe, di un partito o di un’ ideologia e perciò diffidavo anche di Mosca. La Unione Sovietica aveva bensì emanato una Costituzione democratica e liberale; ma persone degne di fede mi avevano riferito che in pratica questa libertà era molto limitata ed in questo mio dubbio ero stato rafforzato da un breve libro dello scrittore André Gide, apparso poco prima della mia partenza. Arrivai pertanto alla frontiera della Unione Sovietica, pieno di curiosità, dubbio e simpatia.
La cordiale accoglienza ricevuta a Mosca rafforzò ulteriormente la mia incertezza. Amici miei, persone molto intelligenti, erano stati completamente fuorviate dalle onoranze loro tributate dai fascisti tedeschi e mi domandai se anch’io mi sarei lasciato indurre a considerare cose e persone attraverso le lenti della vanità. Inoltre, mi dissi che mi sarebbe Stato certamente fatto vedere soltanto quanto era andato a buon fine e mi sarebbe quindi riuscito difficile guardare sotto la superficie ed attraverso la maschera preparata appositamente. D'altra parte, a Mosca si poteva facilmente essere indotti a giudicare erroneamente, ed in modo completamente negativo, per le molte piccole scomodità che appesantiscono la vita di tutti i giorni e distolgono l'attenzione da quello che è piu' importante. Mi resi rapidamente conto che il giudizio del grande scrittore André Gide era stato fuorviato da simili piccolezze. A Mosca dovetti sempre cautamente controllare le mie opinioni e rettificarle ora in un senso ed ora nell'altro, affinché il mio giudizio non fosse troppo influenzato dai piaceri e dispiaceri occasionali.
Spesso le mie osservazioni e i miei giudizi erano resi difficili dall’ ingenuo orgoglio e dallo zelo dei Russi. La civiltà dell' Unione Sovietica è giovane, costruita con fatiche e privazioni di cui non esistono esempi e quando arriva a Mosca un ospite, alla cui opinione essi attribuiscono importanza, a torto od a ragione, lo assalgono subito con le domande: " Vi piace? " e " Che cosa ne dite? ". Era, inoltre, un periodo di tempo piuttosto movimentato. I gerarchi fascisti pronunciavano minacciosi discorsi di guerra contro l'Unione Sovietica, si combatteva in Spagna ed alle frontiere della Mongolia e nella stessa Mosca ebbe luogo un processo politico, che eccitò le masse. C'erano quindi da porre molte domande ed i moscoviti non se ne lasciavano scappare l'occasione. Io sono lento nei miei giudizi, considero volentieri il pro e il contro anche per me stesso e non mi piace enunciare un giudizio, prima di averlo ben vagliato. C'erano naturalmente anche cose che non mi piacevano e, come scrittore, mi son fatto un punto d'onore di dire sempre sinceramente quello che penso, abitudine che mi ha già procurato parecchi guai. Anche in Russia, quindi, non volli tacere quando osservai delle deficienze. E non era sempre facile ad un ospite, sia pur ben visto, in quei tempi burrascosi trovare una forma appropriata e parole, non prive di tatto, ma tuttavia efficaci, per esprimere un giudizio negativo.Potei osservare con soddisfazione che non se l'ebbero a male per la mia sincerità.
I giornali pubblicavano con molta evidenza le mie dichiarazioni, anche quando non potevano tornare gradite alle autorità, come ad esempio il mio desiderio di una maggiore tolleranza in alcuni campi, o il mio stupore per il culto di Stalin, talvolta del tutto privo di gusto, od il mio postulato di veder chiariti meglio i motivi per cui nel menzionato processo politico, il secondo processo trotzkista, gli accusati avevano confessato. Anche nei colloqui privati gli uomini responsabili del governo del Paese si mostrarono sensibili alla critica e ripagarono sincerità con sincerità. Appunto per il fatto che esprimevo schiettamente le mie obbiezioni, ottenni informazioni che altrimenti non avrei ottenuto.
Ritornato in Occidente, mi posi la domanda: devo parlare di quello che ho visto nell' Unione Sovietica? Non sarebbe stato difficile, se, come altri avessi visto in Russia molte cose negative e poche positive. Si sarebbero sentite grida di giubilo. Ma io avevo osservato più luce che ombra e siccome I’ Unione Sovietica non é amata, le mie parole non sarebbero state bene accolte. Ne ebbi subito la prova.
A Mosca non avevo pubblicato molti scritti sulle mie impressioni, nemmeno duecento righe, pochissimo, quindi, e non tutte favorevoli; ma anche questo poco, dato che non era puro biasimo, venne deformato. Dovevo, pertanto, parlare ancora dell' Unione Sovietica?
Stanco per le fatiche del soggiorno russo, nei primi giorni dopo il mio ritorno, mi dicevo che era mio compito creare un'opera letteraria, non di parlare, e determinai di tacere e di aspettare fino a che le mie impressioni avessero preso forma.
Ma presto non potei più far tacere la mia coscienza con questa scusa. L'Unione Sovietica a in lotta con molti nemici ed i suoi alleati la sostengono solo blandamente. L’ignoranza, la malevolenza e la malignità sono all'opera per rendere sospetto, calunniare e negare tutto quanto di fecondo avviene in Oriente. Uno scrittore, che abbia quindi visto qualche cosa di grande, non deve rifiutarsi di darne testimonianza, anche quando questo qualcosa di grande non è popolare e le sue parole a molti non suonano gradite.
La mia è dunque una testimonianza.
Lion Feuchtwanger