| IL PARTITO- Linea Rossa (nr.12, luglio-agosto 1999) |
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L'ARTE
DELL'ORGANIZZAZIONE |
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Presentiamo qui, come supporto documentario, un
significativo articolo che Pietro Secchia pubblicò
nel dicembre 1945 sulle colonne di Rinascita (a.II nr.12).
Secchia era già di fatto il responsabile nazionale del settore
Organizzazione del PCI, in particolare per le doti che aveva dimostrato
durante tutta la lotta di liberazione nazionale, come commissario
politico delle Brigate Garibaldi e come membro autorevole della
direzione milanese del partito. Sarà però con il V Congresso (29
dicembre 1945 - 6 gennaio 1946) che gli sarà formalmente conferito
l’incarico e questo articolo, nella forma di breve saggio, condensa la sua esperienza al riguardo. La
citazione iniziale di Stalin , abbastanza celebre e controversa, viene
considerata punto di partenza e non d’arrivo; la linea politica
giusta: ma quale linea politica può considerarsi ‘giusta’? Il
lavoro organizzativo decide tutto, compresa la sorte della linea: ma
quale e che tipo di lavoro organizzativo? E dunque innanzi tutto guai a staccare organizzazione e
linea politica: l’una non vive senza l’altra. E guai a credere che
l’arte dell’organizzazione possa surrogare la creatività e
l’iniziativa individuale e collettiva , perchè quella si nutre di
queste. Se l’organizzazione è rigida, diventa una camicia di forza
rispetto alle modifiche che la prassi politica incessantemente pone; così
come è vero che il procedere alla cieca rende sterile ogni
linea politica. Gli esempi sono tratti dalla recente storia del
PCI: un’organizzazione adeguata durante il periodo clandestino (per
‘compartimenti stagni’, inevitabili per sfuggire alle maglie della
repressione poliziesca) non lo è più in connessione con la necessità
di edificare il partito radicato nel popolo del dopoguerra. Radicamento
possibile anche e, forse, soprattutto, per l’incessante cura alla
formazione dei quadri. Dalle sezioni retaggio dell’organizzazione del
vecchio partito socialista alla strutturazione in cellule: da queste
alle cellule di fabbrica fino alla coordinazione delle cellule dei
villaggi e dei comuni; nella
parabola organizzativa del PCI, Secchia vede la sfida che la
trasformazione sociale pone all’intelligenza comunista. [Fe.D.] |
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La migliore delle linee politiche può essere destinata
all’insuccesso, se un
partito non dispone di un’organizzazione capace di applicarla e di
realizzarla. L’organizzazione non è fine a se stessa Essa deve
essere lo strumento più efficace per la realizzazione della politica
del Partito, per la mobilitazione delle larghe masse popolari, per il
raggiungimento degli obiettivi che di volta in volta il partito si pone.
L’organizzazione non può e non dev’essere dunque concepita come
cosa a sè stante, ma come uno strumento politico. Nulla si può
realizzare, neppure la più semplice delle iniziative politiche se non
per mezzo dell’organizzazione. Impossibile perciò fare una netta distinzione tra
politica e organizzazione. Non si può ad esempio ritenere che vi possa
essere una situazione od una località ove politicamente si va bene, se
in quella località o situazione le cose vanno male organizzativamente. Così non può essere un buon organizzatore il semplice
praticista, il tecnico, lo specialista che
non si interessa di politica. e che non unisce costantemente al
lavoro pratico, organizzativo, lo studio. La pratica costante giova
molto, ed è vero che l’uomo pratico acquista materialmente le
cognizioni di un determinato numero di soluzioni e sa
trovare il rimedio a molti difetti ordinari di una
organizzazione. Però se quest’uomo non sa elevarsi sino a trovare il
nesso, il legame della politica con l’organizzazione, sino a
comprendere quali sono le esigenze di una determinata linea politica e
gli obbiettivi che essa si propone, egli saprà regolarsi in condizioni
uguali a quelle di cui ha già esperienza, ma non saprà regolarsi nei
casi dissimili e cioè nelle infinite circostanze di situazioni e di
condizioni, nelle diverse fasi di sviluppo della vita di un partito. Concepita l’organizzazione come lo strumento della
politica è evidente che non vi sono e non possono esserci criteri e
metodi organizzativi fissi. Questi si modificano col modificarsi delle
necessità politiche, dei compiti e degli obiettivi che di volta in
volta il partito si pone. Criteri d’organizzazione senza principi
dunque? No. L’organizzazione di un partito come quella di un esercito,
di un’azienda industriale, o di un istituto scientifico risponde
sempre a determinati principi direttivi che sono in funzione della
natura, del carattere di quel partito o di quell’aggregato qualsiasi
tenuto assieme ed operante per mezzo di quella data organizzazione. Ma i principi per quanto frutto di esperienze pratiche,
di lavoro e di lotte nelle condizioni le più diverse, per quanto frutto
di stùdio e di ricerche, non possono essere, specialmente nel campo
organizzativo che un orientamento, una guida, e soprattutto non devono
essere considerati fissi, immutabili. Lavorare con un piano è utile e necessario, lavorare con
metodo è indispensabile, ma lavorare schematicamente è oltremodo
dannoso specie sul terreno della organizzazione. Sistemi ottimi ieri,
possono essere del tutto nocivi oggi. Criteri e sistemi d
‘organizzazione buoni per un partito possono essere nocivi se adattati
ad un altro partito o per la natura e composizione sociale diversa o per
i compiti diversi che questo partito si pone a differenza dell’altro o
per le diverse condizioni del paese nel quale operano i due partiti in
questione. Non c’è dubbio ad esempio che i criteri organizzativi del
Partito bolscevico dell’Unione Sovietica, del paese del socialismo,
non possono essere schemati-camente trapiantati in un partito di un
paese dove i rapporti di produzione siano ancora dei rapporti
capitalisti. Il partito comunista in Italia è passato, nel corso dei 25
anni della sua vita, attraverso situazioni profondamente diverse. Il
fatto che malgrado la feroce reazione e la spietata persecuzione esso si
sia costantemente sviluppato e sia diventato uno dei più forti, se non
il più forte partito italiano, lo si deve innanzi tutto alla sua giusta
linea politica, all’essere rimasto costantemente fedele, nelle
situazioni più difficili, alla causa dei lavoratori e del popolo
italiano. Ma la sua capacità di resistenza, di ripresa e di sviluppo è
dovuta anche alla forza della sua organizzazione, all’aver saputo
modificare col modificare della situazione, non solo la sua linea
politica, ma anche i suoi criteri di organizzazione. Saper adattare le forme ed i criteri d’organizzazione
alla situazione concreta, in modo da prestare il meno possibile il
fianco al nemico, in modo da sferrargli i colpi più possenti con le
minori perdite da parte nostra, questo è ciò che ha saputo fare il
nostro partito. Quante volte abbiamo mutato i nostri criteri e le nostre
forme d’organizzazione? Non è qui il caso di enumerarle. Certo è che
i nostri criteri, i nostri principi d’organizzazione nel 1924 non
erano quelli del 1921, e quelli del 1927-1930 non erano quelli del 1924
e così via. Metodi, criteri e forme d’organizzazione del periodo
della guerra partigiana non sono e non potrebbero essere quelli di oggi.
Talvolta il ritardo nel modificare metodi e criteri
d’organizzazione fu duramente pagato dal partito. Le tendenze
conservatrici ed i ritardi nelle innovazioni in un’organizzazione
industriale si pagano con spreco di energie, di denaro, con la sconfitta
nei con-fronti della concorrenza e con un ritardo nello sviluppo della
tecnica. In un’organizzazione politica od in un esercito questi
ritardi si pagano a prezzo di sofferenze e di sangue e con la perdita
sia pure transitoria della influenza, il che in certe condizioni può
decidere di una battaglia, del successo o dell’insuccesso di una linea
politica. la superiorità politica ed organizzativa del Partito
comunista nei confronti degli altri partiti antifascisti si rivelò
apertamente agli occhi di tutti, specialmente nel periodo della guerra
di liberazione nazionale. Forte dell’esperienza di lavoro e di lotta
accumulata durante vent’anni di illegalità, il Partito comunista, più
inten-samente e largamente di ogni altro, seppe condurre la guerra
contro i tedeschi ed i fascisti col minor numero di perdite. I partiti che da vent’anni avevano rinunciato, o quasi,
a qualsiasi attività in Italia, privi di una seria esperienza, di
lavoro organizzativo e cospirativo, non erano in grado di fare un passo
senza cadere nella rete del nemico, non erano in grado di sferrare un
colpo senza offrire una larga superficie vulnerabile alla reazione
nemica. Nessuno può contestare al Partito comunista italiano
d’aver partecipato alla guerra di liberazione col più gran numero di
combattenti, di partigiani e di gappisti, tutta l’organizzazione di
partito è stata per diciotto mesi mobilitata sul piano della lotta
armata. Eppure le nostre perdite in rapporto a quelle di altri
partiti sono state relativamente assai minori. Durante i diciotto mesi il centro del partito ed il
Comando generale delle Brigate d’Assalto Garibaldi furono
continuamente (senza interruzioni) collegati con i triumvirati
insurrezionali, con i comitati fede-rali, con i Comandi militari di
regione e di zona e con i Comandi operativi delle Brigate Garibaldi e
del Corpo Volontari della Libertà. Questi collegamenti erano tenuti da
corrieri, da staffette, da ufficiali di collegamento, uomini e donne,
giovani e anziani i quali tra-sportavano stampati, giornali, ordini,
direttive, armi, munizioni e materiale diverso. Tonnellate e tonnellate
di merce furono trasportate durante i diciotto mesi. Tutti questi
collegamenti facevano capo a dei centri regionali e da questi alla
direzione del Nord a Milano. E mai una sola volta i nostri centri
regionali politici e militari e la nostra direzione a Milano furono
colpiti in punti vitali dal nemico. Non solo, ma le nostre bande
divennero ben presto brigate, si trasformarono in divisioni,
raggiunsero e superarono di molto i centomila combattenti. E
l’organizzazione di partito passò da cinquemila iscritti nel luglio
1943 a circa centomila al momento dell’insurrezione. Tutto questo
lavoro fu possibile grazie alla dedizione, all’abnegazione, allo
spirito di sacrificio di centinaia e centinaia di compagni, ma grazie
anche alle esperienze, alle capacità organizzative acquisite in lunghi
anni di lotta, grazie soprattutto alla giustezza della linea politica
del Partito ma grazie anche alla cura di ogni dettaglio del nostro
lavoro organizzativo. Il conservatorismo è nocivo ad un’organizzazione come
la ruggine in un ingranaggio. Ma non si devono neppure introdurre
importanti innovazioni nell’organizzazione con facile leggerezza.
L’organizzazione non è un passatempo, un divertimento consistente nel
mutar di posto a delle pedine, non è un giuoco e neppure. un campo
sperimentale. L’organizzazione è un mezzo, uno strumento serio inteso
a raggiungere uno scopo serio. Non bisogna mai lasciarsi andare a delle improvvisazioni
e prima di decidersi a delle radicali riforme nel campo
dell’organizzazione non basta constatare che il vecchio criterio, il
vecchio sistema non risponde più alle esigenze, ma occorre studiare ed
in certo qual modo assicurarsi che il nuovo che si vuoi introdurre sia
non solo un poco migliore, ma sia tanto migliore da rispon-dere ai
risultati politici che vogliono ottenere e da compensare il danno che la
spezzata tradizione neces-sariamente apporterà. Quando nel 1924 noi abbandonammo il principio
d’organizzazione su base territoriale per applicare quel
sul a base del luogo di produzione (cellule di fabbrica),
sapevamo che il danno che poteva derivare dalla rottura della
tradizione, dell’abitudine dei com-pagni a riunirsi tutti assieme
nella sezione, sarebbe stato largamente compensato dallo sviluppo del
partito, dall’aumento della sua influenza e delle sue ramifica-zioni
nelle fabbriche. Il partito di massa dei lavoratori, il partito della
classe operaia, doveva trovare un si-stema d’organizzazione capillare
che gli permettesse di toccare, collegare, unire ed’ attivizzare il
numero più grande di lavoratori, che desse la possibilità
all’avanguardia della classe operaia di assolvere alla sua funzione
dirigente. Il sistema d’organizzazione sulla base delle cellule di
fabbrica aveva già al suo attivo una grande, positiva esperienza:
quella del partito bolscevico, la cui politica era stata coronata dal più
grande successo storico. Troppo facile sarebbe, quando un criterio organizzativo
si dimostra insufficiente, deficiente o superato adottarne un altro
qualsiasi; magari l’opposto. Vi fu ad esempio un periodo nella vita
illegale del partito in cui si costatò che il massimo accentramento
facilitava e rendeva assai più gravi i colpi della polizia. Il criterio
d’organizzazione con funzionamento collettivo (i comitati)
centralizzato (collegamento di tutte le cellule in settori e dei settori
nel comitato federale) per mezzo di riunioni regolari dei diversi
organismi, faceva sì che quando la polizia riusciva ad afferrare un
anello della catena, per mezzo del pedinamento, della provocazione e
della tortura, più d’una volta riusciva ad impossessarsi di tutta o
di parte notevole della catena. Per cui ad un certo momento si ritenne
necessario passare al criterio del massimo decentramento. Non più
riunioni collettive, ma legame indi-viduale, non più collegamenti di
cellule in settori, ecc., ma tanti nuclei viventi nella stessa città o
zona, l’uno indipendentemente dall’altro, non più comitati, ma
individui responsabili. L’applicazione di questo criterio nella sua forma più
estrema, rivelò ben presto nella pratica dei difetti altrettanto gravi
quanto i danni che prima ci arrecava la reazione poliziesca. Si marciava
verso la polverizza-zione del partito, verso la sua disintegrazione in
tante piccole unità indipendenti l’una dall’altra Dalla mancanza di
unità organizzativa., dalla mancanza di vita collettiva, dalla mancanza
di discussione si sarebbe potuto passo passo arrivare alla mancanza di
unità di direzione, alla mancanza di vitalità politica. L’esperienza dimostrò che la giusta soluzione del
problema non stava nell’adottare semplicisticamente un criterio
d’organizzazione opposto, ma piuttosto nel conciliare le esigenze di
un’organizzazione unitaria centralizzata e funzionante
collettivamente, con le esigenze di carattere cospirativo. Si trattava
cioè di trovare un equilibrio, la giusta misura. Oggi che il Partito comunista è diventato e sta
di-ventando sempre più il partito nuovo, il partito del popolo
italiano, il partito che organizza che accoglie non solo una ristretta
avanguardia della classe operaia, ma strati sempre più larghi di
lavoratori, di contadini e di intellettuali, oggi che al partito si
pongono compiti nuovi, compiti di governo e di direzione di istituzioni
pubbliche nelle provincie e nei comuni, il funzionamento della sezione
acquista un’importanza che nel passato non aveva. Ma sarebbe un errore
ritenere che la soluzione stia nell’abbandonare il sistema
d’orga-nizzazione sulla base di cellula d’officina e di strada.
Intanto le stesse cellule di fabbrica e di strada sono diventate degli
organismi i cui iscritti superano di molto quelli delle vecchie sezioni
socialiste del 1919-1920. In secondo luogo il sistema di organizzazione
per cellule non solo garantisce al partito i più larghi contatti con le
masse. lavoratrici, ma permette la partecipazione del numero più grande
di compagni alla vita ed all’attività del partito. Quanti giovani
elementi che passerebbero inosservati in una grande assemblea di
sezione, si rivelano nelle cellule come elementi capaci di sviluppo e di
assolvere a funzioni di direzione politica. Tuttavia la situazione di oggi, il carattere odierno del
partito, gli obiettivi che stanno davanti a noi rendono necessaria,
specie nei villaggi, anche la vita di sezione. E in quei comuni ove
erano sorte quattro, cinque sezioni (una per frazione) già si è
sentita la necessità di raggrupparle, di ridurne il numero, di
coordinare la loro attività. Perché i problemi del comune, siano essi
problemi amministrativi, politici, di ricostruzione o culturali non
possono essere risolti che in forma
organica e tenendo conto delle esigenze. di tutto il comune. Di qui la necessità per il partito di adottare criteri e
forme d’organizzazione diverse e multiple. La cura dell’uomo è l’elemento essenziale
nell’arte dell’organizzazione. Un partito è fatto di uomini e
bisogna prendere gli uomini come sono. Bisogna cercare bensì di
migliorarli e di educarli, di dare ciò che ad essi manca, ma frattanto
è necessario lavorare. Un organizzatore politico non dev’essere solo un uomo
dotato di facoltà di osservazione e di analisi, capace di scorgere,
abbracciare e coordinare i dettagli, deve non solo possedere energia,
dinamicità, resistenza al lavoro, ma deve possedere quella conoscenza,
quella capacità di comprensione dell’elemento umano del quale è
composta un’organizzazione.. L’organizzatore politico deve possedere
queste qualità in misura maggiore che non l’organizzatore industriale
il quale esercita la sua funzione solo in parte su cose vive.
L’organizzatore politico non esercita la. sua volontà su delle
macchine, su della materia inerte o su degli uomini che assolvono ad una
funzione meramente meccanica ed in certo senso passiva ma lavora invece
con degli uomini che agiscono e reagiscono in piena coscienza Saper scoprire le qualità che esistono in ogni
indi-viduo, saper ben utilizzare queste qualità, studiare i pregi e le
insufficienze di ogni compagno, saper collocare ognuno al posto che
meglio risponde alle sue attitudini, questo è uno dei compiti
fondamentali dell’organizzatore. E’ un luogo comune l’affermazione che noi dobbiamo
badare esclusivamente all’interesse del partito, prescindendo da
quelle che possono essere le inclinazioni individuali. E’ questo un
criterio d’organizzazione del tutto errato che dà risultati negativi
in qualsiasi campo dell’attività umana. L’uomo rende quanto più il
lavoro che esso compie risponde. non solo all’obiettivo supremo per il
quale esso agisce e lotta (che può essere obiettivo politico,
scientifico, o di produzione) ma anche in quanto quel lavoro soddisfa le
sue attitudini e la sua inclinazione ad una particolare attività’.
Questo principio organizzativo. vale anche per i comunisti. Perchè se
è vero che i comunisti subordinano alla causa, per cui lottano ogni
vanità, ogni soddisfazione, ogni ambizione personale è anche vero che
i comunisti sono uomini normali come tutti gli altri uomini, molti di
essi temprati dalla lotta e dal sacrificio, ma pur sempre uomini con le
stesse esigenze, con gli stessi difetti e le stesse qualità degli altri
uomini. La formazione e lo sviluppo dei quadri è il compito
fondamentale di un’organizzazione, l’utilizzazione di tutte le forze
di cui il partito dispone, saper aumentare giorno per giorno queste
forze ed il loro rendimento, riuscire ad indurre ogni compagno a
migliorarsi quo- tidianamente e ad impegnare tutta la sua volontà tutte
le sue energie fisiche ed intellettuali nell’interesse del partito,
nella realizzazione della linea politica del partito: in questo consiste
essenzialmente l’arte dell’organizzazione. PIETRO SECCHIA |
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