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UN RICORDO DI
PIETRO SECCHIA Venticinque anni fa, nel luglio del 1973, decedeva il compagno Pietro Secchia. |
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Venticinque anni fa, nel luglio del 1973, decedeva il
compagno Pietro Secchia. Era nato ad Occhieppo Superiore (Biella)
nel dicembre del 1903. Una figura leggendaria nel Pci e nella Resistenza
italiana. E ne aveva ben ragione! Quando venne liquidato
politicamente nel 1954 (di questo ne parleremo più avanti) egli fu
costretto a diventare uomo di lettere. Deve essere però subito chiaro che non è possibile
ricordare degnamente Pietro Secchia con delle brevi ed insufficienti
note come queste considerando l’attività ed i ruoli del compagno
Secchia in oltre 50 anni di attività politica. Diceva Secchia a questo proposito: “abbiamo appreso abbastanza in questi anni dei metodi di lotta di certi organismi di sicurezza internazionale, i quali non indietreggiano davanti ad alcun delitto [ ...] Ci stupisce che dopo tante denunce documentate sull’operato della Cia vi sia ancora chi dimentica e ciò proprio nel momento in cui dovrebbe ricordarsene”. |
ALCUNI
CENNI BIOGRAFICI
Dunque ricordando Secchia mi limiterò solo ad alcuni
episodi storici e biografici della sua vita. Già segretario del Fgci di Biella, 1920/1921, nel 1924
rappresenta i giovani comunisti al quinto congresso dell’
Internazionale Comunista a Mosca e nel 1926 è già membro del C.C. del
Pci. In questo periodo ha già conosciuto il carcere tre
volte, venne poi arrestato dall’Ovra nel 1931 e condannato a 17 anni
di carcere dal Tribunale speciale. Si può dire che passò il resto
della sua gioventù nelle galere fasciste e poi al confino di Ponza e
Ventotene. Venne liberato dopo la caduta del fascismo nell’ agosto
del 1943. Difatti il governo Badoglio solo dopo forti pressioni e mani
festazioni fu costretto a liberare anche i comunisti. Insieme a Longo nell’ Italia del Nord - Milano - diede
vita alla resistenza ed alla costruzione delle Brigate Garibaldi di cui
divenne commissario generale. Subito dopo la guerra di liberazione nazionale ricoprì
incarichi ai vertici del Pci: membro della Direzione e della Segreteria
Nazionale, responsabile della commissione di organizzazione. A lui fu
affidato il compito della costruzione di un “Partito di tipo nuovo di
massa e di lotta”. Eletto al Senato della Repubblica fece sentire fortemente
la sua voce in difesa delle lotte della classe operaia e dei lavoratori,
denunciando le violenze ed i soprusi della Polizia quando ministro
dell’Interno era Mario Scelba. È memorabile il suo discorso al Senato nell’aprile del
1951. In quel periodo le provocazioni contro i partigiani e gli
antifascisti erano all’ordine del giorno. Essi subivano arresti e
violenze in tutto il Paese, i comunisti venivano indicati come nemici
pericolosi. Il ministro della Difesa Pacciardi li fece licenziare negli
arsenali militari; nelle fabbriche, come ad esempio alla Fiat, per i
comunisti ed i sindacalisti più impegnati vennero creati dei reparti
confino. Anche nelle campagne i salariati agricoli subirono rappresaglie
politiche dure e licenziamenti. Insomma il fascismo era caduto, ma il padronato, i
capitalisti erano tornati ad imporre i vecchi metodi e le forme peggiori
di sfruttamento sui luoghi di lavoro. Il Pci, che era stato decisivo sotto la guida di Secchia
e di Longo alla testa della lotta di liberazione per la conquista della
Costituzione repubblicana, doveva nuovamente difendere strenuamente i
diritti e le conquiste dei lavoratori e battersi per il rispetto e
l’applicazione della stessa Costituzione. Un peso determinante ebbe in questo periodo il Pci nel
dare vita ad un vasto, forte movimento in difesa della Pace e per la
messa al bando delle armi atomiche. Per iniziativa dei comunisti e dei
socialisti nacquero i comitati della Pace. In Italia vennero raccolte
milioni di firme sotto l’appello di Stoccolma. Nel 1948 venne sviluppata una grande lotta nel paese, in
Senato ed alla Camera, dai parlamentari comunisti e socialisti per
impedire l’adesione dell’ Italia all’Alleanza Atlantica. Il Pci era diventato con la forte organizzazione voluta da Secchia, decisivo nella lotta dei lavoratori. Manteneva aperta la spe- ranza della conquista di una società nuova, di “una democrazia progressiva” non più schiacciata dai potenti gruppi capitalisti che in Italia avevano potuto ricostruire grazie alla Dc il loro potere. Proprio quelle forze che nel nostro Paese avevano già dato vita al fascismo. |
LA
CACCIATA DELLE SINISTRE DAL GOVERNO
Nel 1947 le forze di sinistra vennero cacciate dal
Governo. Secchia manifestò subito un netto dissenso con la decisione
presa anche dal Pci di non rispondere con una protesta popolare a questa
gravissima scelta politica di De Gasperi. In quel momento le forze di sinistra, comuniste e
socialiste, erano abbastanza forti per rispondere con successo a questo
attacco, che di fatto rompeva l’unità antifascista. Cosa prevalse in quel momento anche nel gruppo dirigente
del Pci? Forse una sottovalutazione circa la gravità di quella
decisione e le conseguenze
che poi dovevano derivarne. Secchia mantenne anche in seguito la sua riserva critica a quella posizione che considerò un errore poi pagato caro da tutto il movimento operaio italiano. |
L’ATTENTATO
A TOGLIATTI
Nel luglio del 1948, pochi mesi dopo la vittoria
elettorale della Dc, ci fu l’attentato a Togliatti. Si levò in tutto
il paese un possente movimento di protesta. Toccò ai compagni Secchia, Longo, D’Onofrio e altri
tenere in pugno la situazione ed evitare gravissime conseguenze. Molte, troppe cose anche per questo episodio non sono mai
state chiarite. Era evidente che l’attentatore Pallante, siciliano,
non aveva agito da solo. Vennero poi alla luce cose gravissime. Il
banditismo e la mafia avevano forti legami con gli apparati dello stato
e non solo, ma in questo ambiente corrotto apparvero ancora una volta
personaggi dei servizi segreti Usa. In un suo discorso al Senato il compagno Secchia smascherò
i falsi e le malefatte del ministro Scelba, ne denunciò la strategia di
tensione, le coperture date ai fascisti, le congiure golpiste, gli atti
di violenza compiuti nei confronti dei partigiani, ecc. Era in questo ambiente che era cresciuto, maturato politicamente e da qualcuno armato, Pallante che si era dichiarato fascista. |
I
RAPPORTI INTERNAZIONALI
Nei rapporti internazionali Secchia mantenne sempre una
posizione fedele ai princìpi dell’internazionalismo proletario. Dai
documenti appare chiaramente quali furono i suoi rapporti con il Pcus, il suo gruppo dirigente e con lo stesso Stalin, con il quale
Secchia ebbe ripetuti incontri di lavoro, in alcuni di essi, almeno
quattro, presente anche Togliatti. Essi furono sempre di rispetto reciproco, con
discussioni, confronti, analisi di grande interesse ed anche dissensi su
valutazioni di carattere internazionale. In questi rapporti, senza alcun dubbio pesavano il prestigio, le esperienze, la sua stessa funzione di solidarietà e di aiuto concreto ai movimenti popolari di liberazione dell’URSS. Pesava sicuramente anche la vittoria del suo popolo nella terribile guerra condotta contro il nazismo ed il fascismo ed il grande contributo dato alla liberazione dell’Europa. |
L’INCIDENTE
A TOGLIATTI E LE PROPOSTE DEL PCUS
Nel 1950 a Togliatti occorse un gravissimo incidente
automobilistico che lo portò vicino alla morte. Appena superata la crisi Togliatti incaricò Secchia di
aprire un’inchiesta “su tutti, nessuno escluso”. Come mai? Perché?
Cosa sospettava Palmiro Togliatti? Rimase comunque vivissima la preoccupazione anche nel
Pcus per questo episodio; già
con l’attentato del 1948 il Pcus aveva manifestato una forte critica ai compagni italiani per
non aver salvaguardato come necessario la vita e la salute del compagno
Togliatti. I dirigenti del Pcus avanzarono una proposta ai compagni
del Pci e cioè di esaminare la possibilità di utilizzare il compagno
Togliatti alla guida di un nuovo organismo internazionale, l’ufficio
Informazioni, che era appena stato creato. Ciò non significava affatto il ritorno alla
organizzazione di una nuova internazionale. La terza era già stata
sciolta nel 1943, con la guerra ancora in corso. Si trattava solo della
creazione di un organismo di coordinamento tra i maggiori, più forti
Partiti comunisti e fra questi quello francese ed italiano. I compagni del Pcus temevano un serio, grave
peggioramento della situazione internazionale, lo confermava un rilancio
della aggressività militare Usa con reali e concreti pericoli di guerra
(persino la minaccia dell’ uso delle armi atomiche in Corea). L’aggravarsi dei pericoli di guerra presupponeva gravi
misure restrittive delle libertà per i comunisti nei paesi capitalisti
e per sino l’arresto del compagno Togliatti, per cui la sua
utilizzazione all’estero lo metteva al riparo dai rischi, oltre che
assicurare una guida di grande prestigio per l’Ufficio Informazioni. La Direzione del Pci esaminò la proposta del Pcus ed in
linea di massima la approvò dando incarico ai compagni Secchia e Co
lombi di discutere a Mosca la questione, presente il compagno Togliatti. Partecipava all’incontro anche Stalin. Togliatti non
accettò la proposta, proponendo a sua volta il suo ritorno in Italia
per preparare il VII congresso nazionale del Pci e quindi la sua
eventuale, graduale sostituzione. Questa fu la decisione presa, una
decisione che non aveva accontentato nessuno e probabilmente aveva
lasciato un segno negativo nei rapporti tra Togliatti e Secchia. Dopo la morte di Stalin la direzione del Pcus sollecitò
un incontro molto riservato con la Segreteria del Pci. Venne deciso dalla stessa di inviare a Mosca il compagno
Secchia. Ci fu un incontro con Molotov, il quale informò Secchia
sulla situazione che si era determinata dopo la morte di Stalin. Molotov
disse che la situazione sotto la direzione di Stalin era diventata
pericolosa per gli stessi dirigenti del Pcus e che loro stavano mettendo
mano a seri radicali mutamenti per riparare ai gravi errori commessi
soprattutto negli ultimi anni quando Stalin andava manifestando anche
segni di squilibrio mentale. Secchia, che era riuscito a portare in Italia anche
alcuni documenti, informò di tutto Palmiro Togliatti. A quanto si
conosce Togliatti non dimostrò grande preoccupazione per cui non venne
presa nessuna misura di orientamento per preparare il Pci gradualmente
ad affrontare la nuova situazione. Per questi motivi le rivelazioni ed i documenti del XX
congresso del Pcus provocarono nel Pci notevoli sbandamenti. La questione relativa ai metodi di direzione ed alla
collegialità non lasciava certamente indenne il Pci come d’altronde
altri Parti- ti comunisti. Vale la pena di ricordare che in una lettera di Secchia a Togliatti, con la quale venivano riconosciute ampiamente le grandissime capacità e l’intelligenza di Togliatti, venivano puntualmente criticati i metodi instaurati anche nel Pci con cui veniva esaltata l’infallibilità del Segretario generale. |
1954
- L’AFFARE SENIGA
Nel 1954 avvenne un fatto grave che doveva colpire anche
nel fisico il compagno Secchia. Un funzionario addetto alla vigilanza dei compagni della
Direzione del Pci lo tradì. Giulio Seniga, un suo stretto collaboratore,
approfittando della sua assenza da Roma, si impossessò di una ingente
somma di denaro, di alcuni documenti e scappò. Non si riuscì mai a comprendere quali erano state le
vere ragioni di quel gesto. Chi aveva tenuto mano a Seniga e quali
potevano essere gli obiettivi che si proponeva chi con lui aveva
organizzato l’operazione? Per esempio, si seppe dopo che Seniga era venuto a
conoscenza che Secchia stava prendendo decisioni che lo toglievano dagli
incarichi che ricopriva. Come lo seppe e da chi? Ancora; Seniga sapeva
bene che con il suo gesto dava un colpo mortale alla posizione che
Secchia aveva nel Partito. Ancora dopo pochi giorni, quando si riuscì a
stabilire un contatto tra Secchia e Seniga a Cremona, nella sede delle
Federazione del Pci, dopo un tempestoso colloquio tra i due, alla
presenza del sottoscritto e del segretario della federazione, Percudani,
Seniga ormai privo di argomenti con i quali dare una spiegazione
politica al suo gesto, sembrava aver capito la gravità del suo gesto e
promise di riparare a tutto. Dopo un successivo colloquio a Volongo, il
paese di Seniga, questi tradì nuovamente scappando. Venimmo a conoscenza che Seniga aveva rapporti e
collegamenti con un gruppo dell’Alfa Romeo e con dirigenti
socialdemocratici a Milano e in Svizzera dove durante la Resistenza era
espatriato dopo la caduta della repubblica dell’Ossola e dove aveva
avuto rapporti con i Servizi segreti inglesi che allora si occupavano
dei lanci alle formazioni partigiane. Con questo episodio veniva dato un
argomento a coloro che nella Direzione del Pci dissentivano e
criticavano le posizioni del compagno Secchia e che miravano a toglierlo
dagli incarichi politici che esso aveva nel Pci (Vice segretario
generale del Partito e responsabile della commissione
d’organizzazione). Venivano messe in difficoltà quelle forze politiche che
nel Partito erano orientate su posizioni di classe marxiste - leniniste.
Veniva così liquidato uno dei dirigenti del Pci rimasti fedeli ad una
linea rivoluzionaria. Anni dopo la morte qualcuno come Miriam Mafai non ebbe
vergogna di scrivere che Secchia “sognava la lotta armata”, quasi
che egli fosse stato un ispiratore teorico del terrorismo degli anni di
piombo. Offendevano così anche la memoria di un grande dirigente comunista, che non aveva solo sognato, ma combattuto per una linea rivoluzionaria che altri avevano abbandonato. |
L’ESCLUSIONE
DALLA DIREZIONE DEL COMPAGNO SECCHIA
Il 16 dicembre 1956 in una riunione del C.C. del Pci
appena eletto dal VIII Congresso nazionale Togliatti presentò le
proposte per la elezione dei nuovi organi dirigenti. Esse escludevano
Secchia ed altri vecchi compagni dalla Direzione del Partito. Per la prima volta, credo nella storia più recente del
Partito, tali proposte vennero contestate apertamente. Si pronunciarono
contro i compagni Alberganti, Bera, Brambilla, Sclavo, Vergani, Robotti,
Bonazzi, Carrà, Montagnana, Parini. Le reazioni dei cosiddetti rinnovatori furono dure, in
particolare quelle di Amendola e Pajetta, i quali gridavano “ecco il
fronte del conservatorismo che non ha parlato al Congresso”. Ciò avveniva nello stesso momento in cui era stata
lanciata la campagna del cosiddetto “rinnovamento” del Pci. Con le
conclusioni dell’ VIII Congresso del Pci, quello per intenderci della
“Via italiana al socialismo” che doveva poi diventare la via della
più pesante capitolazione e sconfitta del Pci e dello stesso movimento
operaio, veniva dato corpo a quelle scelte politiche che portarono alla
piena adesione alla Nato, al compromesso storico, agli appelli rivolti
ai lavoratori chiedendo loro altri sacrifici per ridurre il costo del
lavoro e quindi aumentare sempre più i profitti del grande capitale,
ecc. Era la politica delle illusioni che avrebbe dovuto aprire
al Pci la strada al governo, non dalla porta di servizio (Amendola) ma
da quella centrale! Il compagno Secchia, ormai tagliato fuori dai massimi
organi dirigenti del Partito, ma pieno di energie, aveva solo 52 anni,
non si estraniò dalla lotta politica dedicandosi all’attività di
storico. Ne uscì una ricca produzione di alto valore culturale. Nel 1970, nella prefazione al libro L’azione svolta dai
comunisti durante il Fascismo 1926-1932 scriveva proprio a proposito del
rinnovamento revisionista “Certuni hanno salutato il XX ed il XXII
Congresso del Pcus non tanto perché si rivelarono i delitti commessi e
le gravi violazioni alla legalità socialista, non tanto alla spinta che
essi imprimevano al ‘disgelo’ al ritorno di una reale vita
democratica quale noi anziani avevamo conosciuto in seno ai Partiti
comunisti, ecc., ma perché ritennero che aprissero un periodo di
completa revisione del marxismo e del leninismo. Si fecero avanti certe
spinte di coloro che intendevano liquidare i gravi errori ed i delitti
ormai irreparabili di certi periodi dell’epoca staliniana, certi
metodi di direzione allora introdotti, il dogmatismo e l’infallibilità
dei gruppi dirigenti e dei rispettivi segretari generali. (Evidentemente
Secchia si riferiva a Togliatti, come conferma del resto una sua lettera
inviata a Togliatti già nel novembre del 1954 proprio sui metodi di
direzione). Ciò che taluni intendevano liquidare erano le posizioni di
principio e pratiche, l’internazionalismo proletario ecc. Il vino
nuovo si disse all’epoca del VIII Congresso, non può essere versato
nelle botti vecchie. E sia, anche se tra tante botti non ero certo la più
vecchia né avevo mai stagionato nelle cantine di Stalin”. La reazione di alcuni compagni della Direzione del Pci in
particolare quella di Pajetta, in alcuni colloqui fu dura e venne
chiesto a Secchia se con questo intendeva rompere con il Partito. Secchia rispose che rivendicava il diritto di esprimere le proprie opinioni come altri dirigenti del Pci facevano ormai da anni utilizzando pubblicazioni borghesi. |
IL
TESTAMENTO
Il compagno Secchia aveva ripetutamente ribadito e poi
confermato nel suo testamento che il materiale del suo archivio e
soprattutto i quaderni non dovevano essere consegnati alla Direzione del
Pci. Diceva “sparirebbe tutto, andrebbero a finire in
qualche fondo di magazzino e questo non dobbiamo permetterglielo”.
Infatti non lo abbiamo permesso. Il figlio Vladimiro, il fratello Matteo
ed il sottoscritto sono riusciti a far rispettare le sue precise
indicazioni testamentarie. Non fu una cosa facile, non mancarono pressioni pesanti
da parte di alcuni membri della direzione, in particolare Pajetta e
Colombi e da parte dello stesso Cossutta, per mettere le mani sopra l’
archivio con l’obiettivo preciso di impedirne la pubblicazione. Alla fine dopo lunghe trattative venne trovato un
accordo: l’erede diretto, Vladimiro Secchia, avrebbe ceduto in
comodato per trent’anni alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
l’archivio, disponibile per la consultazione a tutti coloro che
avrebbero voluto studiare ed approfondire la conoscenza della vita del
Pci del movimento operaio, dell’ antifascismo e della Resistenza. Il compito di vagliare il materiale e di decidere la sua
pubblicazione fu affidato ad una commissione formata da: Vladimiro
Secchia, Matteo Secchia, Arnaldo Bera, Ambrogio Donini, Alessandro Vaia,
Arturo Colombi, Giorgio Napolitano Giuseppe del Bo (presidente della
Fondazione), Leo Valiani e Paolo Spriano. Il compito della stesura
definitiva dell’opera fu affidato a Enzo Collotti, al quale rinnovo il
mio più vivo ringraziamento per la serietà e la capacità dimostrata
nella stesura del libro che venne pubblicato nel 1978. Questi sono i fatti, per cui deve essere smentito che il
compagno Secchia avesse già preso la decisione di consegnare
direttamente alla Fondazione Feltrinelli. Questa decisione maturò dopo
la trattativa con la Direzione del Pci come è vero che nella testata
del libro sparirono i nomi della commissione riportati più sopra. ripreso da IL CALENDARIO DEL POPOLO, nr.628 - febbraio 1999 |