1.  allegato a  LINEA ROSSA n.4                        LINEA ROSSA                                           Estate 1997

SUL LEGAME TRA LOTTA ECONOMICA E LOTTA POLITICA

----- Pietro Secchia-----

Dobbiamo guardarci dal cadere in questi due errori che potremmo definire di settarismo e di opportunismo.

La lotta per le rivendicazioni economiche non può essere contrapposta alla lotta per le rivendicazioni politiche, la lotta per le rivendicazioni parziali immediate non può essere contrapposta alla lotta per le rivendicazioni generali e più avanzate. Non si può non batterci per le rivendicazioni immediate.

Marx l’ha detto: Una lotta per l’aumento dei salari si verifica soltanto come conseguenza di mutamenti precedenti ed é il risultato necessario di precedenti variazioni nella quantità della produzione, delle forze produttive del lavoro , del valore del lavoro, della estensione e dell’intensità del lavoro estorto, delle oscillazioni della domanda e dell’offerta e corrispondenti alle diverse fasi del ciclo industriale: in una parola, sono reazioni degli operai contro una precedente azione del capitale.

Ma in questi casi l’operaio interviene troppo tardi e in 99 casi su 100 i suoi sforzi per l’aumento dei salari non sono che tentavi per mantenere integro il valore dato del lavoro.          

Marx, Salario,prezzo e profitto

L’operaio è considerato un uomo soltanto nella misura in cui è organizzato ed è forte la sua organizzazione.

L’ordinamento della società capitalista è tale da esigere che l’operaio sia mantenuto in condizioni bestiali.

Le “relazioni umane” di cui tanto si parla non sono altro che il tentativo dei grandi industriali di liquidare ogni relazione veramente umana, di sostituire alle relazioni sociali tra gli imprenditori e gli operai (rapporti tra CI, consigli di gestione, sindacati e l’azienda), ai rapporti collettivi  dei rapporti individuali del padrone o dell’azienda con ogni singolo operaio che viene in tal modo a trovarsi in condizioni di inferiorità e completamente nelle mani del padrone.

Ogni azione collettiva degli operai, dei lavoratori, anche se limitata alle semplici rivendicazioni economiche, è di per sè stessa un atto politico, una lotta politica (e gli industriali la considerano come tale) perché indica il grado di unità, di coesione, di coscienza della classe operaia e quindi la sua forza.

Uno sciopero che termina con successo crea entusiasmo, aumenta l’unità e la forza degli operai. L’insuccesso (non sempre perché vi sono battaglie perdute che, se ben combattute, rafforzano egualmente la coscienza di classe) per contro talvolta demoralizza una parte, rallenta i legami di questa parte con il sindacato, le organizzazioni classiste, diminuisce la forza della classe operaia.

Uno sciopero, qualunque esso sia, anche se con carattere economico, è sempre qualche cosa di più di uno sciopero.

Le vittorie del proletariato sono a lunga scadenza e nascono spesso dalle battaglie perdute del presente.

Il sindacato non si preoccupa soltanto di affrontare i capitalisti, ma si preoccupa anche dei consumatori, dell’opinione pubblica, di avere l’appoggio, la solidarietà di una grande parte della popolazione.
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Dove ci porterà questo spirito neoconservatore? Noi abbiamo insegnato ai compagni a portare la cravatta, mi disse un giorno X. Ma era poi questo l’essenziale? Ammettiamo pure sia necessario anche saper portare la cravatta ( per poter stringere relazioni, tenere colloqui, lavorare in dati ambienti, ecc...), ma non sarebbe più utile sapere adoperare anche il manico della pala?

Conosco l’obiezione: ma le alleanze? e le alleanze? Le alleanze si conquistano quando si è forti e si diventa forti lottando. Quando si è deboli si possono trovare degli alleati, ma per essere alla loro coda, dei satelliti! [..]

Se tu pensi sei il mio avversario!!

Non ricordo quale generale tedesco nel corso dell’ultima guerra ha detto: “Il soldato che pensa non può essere che un avversario per il suo comandante”.

Purtroppo è così anche in politica. Molti ritengono che soltanto il capo debba pensare, i militanti devono ubbidire, dire di sì, applicare. Sono liberi di pensare quello che pensa il capo.

La Storia

Impossibile fare la storia con i se. Il tal avvenimento è accaduto nel tal modo, determinato da cause che si possono individuare in conseguenza di rapporti di forza dati e così via.

Sempre si potranno portare mille argomenti a dimostrare che era impossibile prendere un’altra strada, un diverso atteggiamento e così via.

Perché nessuno può dimostrare: se avessimo preso una strada diversa, assunto un diverso atteggiamento, le cose avrebbero potuto finire diversamente, avremmo avuto la vittoria, la sconfitta di quella forza, ecc...

Tuttavia occorre dire che se a distanza da un certo avvenimento si ha buon gioco ed è troppo facile dire: avremmo dovuto fare questo o quest’altro per evitare la disfatta o per evitare il declino del movimento, e altrettanto facile e troppo semplicista sostenere che la strada scelta, la posizione assunta in quel dato momento era la sola possibile, e che non si poteva fare diversamente da quello che si è fatto.

“Avendo applicato la linea d’alleanza col il Kuomintang i comunisti cinesi nel 1927 sono andati alla disfatta, non è certo evidentemente che un’altra politica fosse possibile e che la rottura con Chiang Kai-shek avrebbe permesso di evitare il disastro; ma Stalin nel 1945 non credeva neppure allora al successo della rivoluzione cinese ed è malgrado lui che Mao Tse-Tung  prese il potere. [..]

 (M.Péju, Brest-Litovsk, in “Les Temps modernes”, 1955, n. 112-113)

L’apprezzamento, il giudizio, la valutazione di una situazione oggettiva non sono mai del tutto obiettivi. Essi riflettono un atteggiamento o perlomeno interferiscono con l’atteggiamento. Credere possibile sviluppare un grande movimento per la conquista della libertà, per la difesa e la riconquista della libertà nelle fabbriche significa impegnarsi in un tale movimento, gettare tutte le forze nella bilancia per organizzarlo, per farlo scoppiare, significa in un certo senso modificare col giudizio stesso quella situazione che esso pretende di esprimere.

Al contrario, non credere alla possibilità di un tale movimento significa in una certa misura rinunciarvi,  dedicarsi ad altri compiti e “conservare” cristallizzata quella “immaturità” del movimento che si pretende semplicemente di constatare. [..]

  L’importante, diceva Lenin, non è di sbagliare mai, ma di riparare a tempo i propri errori.
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L’oppresso, dovendo conquistare il proprio diritto alla vita, deve per forza lottare, deve ricorrere allo sciopero e alle altre forme di manifestazione e di lotta. Per contro il privilegio dell’oppressore è quello

di poter quasi sempre presentarsi come il partigiano dell’ordine stabilito perché è lui che ha creato quest’ordine.

Anche quando la Costituzione è dalla parte dell’oppresso, come nel caso nostro, il padrone la può sempre violare senza ricorrere alla lotta; gli è sufficiente non tenerne conto alcuno. La lotta è il solo mezzo di difendere i propri diritti di fronte all’oppressore.

Anarchismo

Vi è una forma particolare e diffusa di anarchismo che ha la pretesa di essere di sinistra e fa il gioco della destra ed è quello che consiste nel biasimare l’oppresso invece dell’oppressore.

Certuni ragionano su per giù a questo modo: il carnefice fa il suo gioco, ma la vittima non dovrebbe prestarsi. Non si tiene conto che la vittima non va volontariamente dal carnefice.

Perché gli operai accettano determinate condizioni, non si rivoltano al padronato, perché votano in un certo modo o in un certo altro, e così via? Non sono forse “liberi” di comportarsi diversamente? No, non lo so. Tuttavia sarebbe anche un errore non condurre assieme al lavoro per organizzare le lotte anche la propaganda sulla necessità di difendere la propria dignità.

Sbaglia colui che attacca l’operaio, l’oppresso perché ha subìto o subisce invece di attaccare il suo oppressore, ma sbaglia anche colui che non sviluppa un’attività per convincere l’operaio a non subire, a reagire, a difendere la propria dignità, i propri diritti.

La libertà

Nessuno si è mai battuto per la libertà, per il diritto in senso astratto, generale; ognuno ha sempre combattuto per la conquista della libertà e del diritto per determinati raggruppamenti sociali, per determinate classi.

Quello che si usa chiamare l’ordine stabilito non è che un disordine stabilito perché non supera la divisione delle classi, assicura la dominazione dell’una sull’altra e lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.

Una concezione evoluzionista della storia conduce fatalmente al riformismo. Il riformista presenta così le cose: le riforme si aggiungono alle riforme, ognuna è accettata senza dolore, senza reazione violenta perché nessuna mette in causa il regime esistente e la rivoluzione si compie progressivamente senza accorgersi e senza che il nemico se ne accorga, aggiungono i furbi, quelli che ritengono che la lotta di classe proceda a colpi di furbizia. Noi “freghiamo” gli altri realizzando una riforma dopo l’altra. Si tratta di sciocchezze colossali.

Praticamente il riformista è un conservatore, egli cerca di curare quella società che a parole mette in questione, attenua la tensione che si manifesta e così consolida lo stato di oppressione.

Pensare di poter cambiare i rapporti di produzione, la società senza lotta, senza violenza, è assurdo. La violenza storica non è soltanto quella che si manifesta in modo clamoroso nelle guerre civili e nella insurrezione armata.

La “pace” sociale, la “distensione”, quella che, predicata dall’oppressore si traduce in un “contrainte” materiale dell’oppresso, la “pace” sociale, la distensione realizzata in determinate condizioni di oppressione e di supersfruttamento significano per l’oppresso l’obbligo di accettare di subire quelle condizioni.

 [da Pietro Secchia: ‘Diari’ - Archivio Secchia, Annali Feltrinelli a. XIX, 1973, pp. 278/283 

Alcune evidenziature nel testo sono redazionali]

Secchia Pietro - (1903/1970)

         Socialista a sedici anni. Fondatore del PCI nel 1921. Arrestato nel '31 viene condannato a 18 anni per attività contro il regime. Resta nelle carceri fasciste fino al ‘43. Alla direzione del PCI dal 18 Agosto 1945. Combattente nella guerra di Liberazione, fu Commissario Politico Generale delle Brigate Garibaldi.

vicesegretario generale dal '48 fino al '54 con Longo, fu estromesso per volontà di Togliatti sul pretesto del ‘caso Seniga’, in realtà per eliminare politicamente la più seria costola sinistra del partito.

Internazionalista convinto, fu definito  uno degli esponenti della "linea dura", in realtà rappresentò la ‘linea rossa’, la sinistra di classe coerentemente marxista-leninista del PCI. Autore di numerose opere storiche sul PCI, curatore degli ‘Annali Feltrinelli’, pietre miliari della ricostruzione della memoria storica del movimento operaio italiano. Negli ultimi anni suggerì al Partito di "aprire" ai movimenti che si organizzavano tumultuosamente nel ‘68 per dare sbocco all’energia rivoluzionaria delle masse giovanili. Morì a settanta anni il 7 Luglio 1973 dopo un viaggio in Cile e una lunga malattia dovuta ad avvelenamento da parte della CIA.

‘Il Partito-Linea Rossa’ intende rivolgersi a tutti coloro che all’apparenza borghese e ai condizionamenti dominanti, preferiscono il confronto con una moderna lettura marxista e leninista degli eventi storici e politici d’attualità. Ma molto, moltissimo, di quello che sembra ‘nuovo’ è già stato elaborato, è già nel metabolismo della storia. Questo saggio di Pietro Secchia lo dimostra; e su un tema di pressante attualità, su cui si esercitano intellettuali o politici che a noi non strabiliano per le loro ovvietà, anche se vanno per la maggiore. Piuttosto ci preoccupiamo della formazione dei quadri, della costruzione del partito, del partito comunista, di classe e rivoluzionario, dalla coerente ‘linea rossa’; per questo continueremo ad ospitare, come vivi e attuali, come se fossero tra noi, scritti dei nostri maestri e ispiratori, come Marx, Lenin, Mao, Gramsci e Secchia, applicandoli alla realtà presente e a problemi contemporanei. Vi accorgerete del pressappochismo di chi, proprio oggi,  pretende di guidare un moderno partito di classe, dimenticando che la nostra ragion d’essere è la costruzione, seppur in forme creative e storicamente determinate, di un processo rivoluzionario in direzione del socialismo.

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