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SUL
LEGAME TRA LOTTA ECONOMICA E LOTTA POLITICA |
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Dobbiamo guardarci dal cadere in questi due errori che
potremmo definire di settarismo e di opportunismo. La lotta per le rivendicazioni economiche non può essere
contrapposta alla lotta per le rivendicazioni politiche, la lotta per le
rivendicazioni parziali immediate non può essere contrapposta alla
lotta per le rivendicazioni generali e più avanzate. Non si può non
batterci per le rivendicazioni immediate. Ma in questi casi l’operaio interviene troppo tardi e
in 99 casi su 100 i suoi sforzi per l’aumento dei salari non sono che
tentavi per mantenere integro il valore dato del lavoro. Marx, Salario,prezzo e profitto L’ordinamento della società capitalista è tale da
esigere che l’operaio sia mantenuto in condizioni bestiali. Le “relazioni umane” di cui tanto si parla non sono
altro che il tentativo dei grandi industriali di liquidare ogni
relazione veramente umana, di sostituire alle relazioni sociali tra gli
imprenditori e gli operai (rapporti tra CI, consigli di gestione,
sindacati e l’azienda), ai rapporti collettivi
dei rapporti individuali del padrone o dell’azienda con ogni
singolo operaio che viene in tal modo a trovarsi in condizioni di
inferiorità e completamente nelle mani del padrone. Ogni azione collettiva degli operai, dei lavoratori,
anche se limitata alle semplici rivendicazioni economiche, è di per sè
stessa un atto politico, una lotta politica (e gli industriali la
considerano come tale) perché indica il grado di unità, di coesione,
di coscienza della classe operaia e quindi la sua forza. Uno sciopero che termina con successo crea entusiasmo,
aumenta l’unità e la forza degli operai. L’insuccesso (non sempre
perché vi sono battaglie perdute che, se ben combattute, rafforzano
egualmente la coscienza di classe) per contro talvolta demoralizza una
parte, rallenta i legami di questa parte con il sindacato, le
organizzazioni classiste, diminuisce la forza della classe operaia. Uno sciopero, qualunque esso sia, anche se con carattere
economico, è sempre qualche cosa di più di uno sciopero. Le vittorie del proletariato sono a lunga scadenza e
nascono spesso dalle battaglie perdute del presente. Il sindacato non si preoccupa soltanto di affrontare i
capitalisti, ma si preoccupa anche dei consumatori, dell’opinione
pubblica, di avere l’appoggio, la solidarietà di una grande parte
della popolazione. Dove ci
porterà questo spirito neoconservatore? Noi abbiamo insegnato ai
compagni a portare la cravatta, mi disse un giorno X. Ma era poi questo
l’essenziale? Ammettiamo pure sia necessario anche saper portare la
cravatta ( per poter stringere relazioni, tenere colloqui, lavorare in
dati ambienti, ecc...), ma non sarebbe più utile sapere adoperare anche
il manico della pala? Conosco
l’obiezione: ma le alleanze? e le alleanze? Le alleanze si conquistano
quando si è forti e si diventa forti lottando. Quando si è deboli si
possono trovare degli alleati, ma per essere alla loro coda, dei
satelliti! [..] Se tu pensi sei il mio avversario!! La Storia Impossibile
fare la storia con i se. Il tal avvenimento è accaduto nel tal modo,
determinato da cause che si possono individuare in conseguenza di
rapporti di forza dati e così via. Sempre si
potranno portare mille argomenti a dimostrare che era impossibile
prendere un’altra strada, un diverso atteggiamento e così via. Perché
nessuno può dimostrare: se avessimo preso una strada diversa, assunto
un diverso atteggiamento, le cose avrebbero potuto finire diversamente,
avremmo avuto la vittoria, la sconfitta di quella forza, ecc... Tuttavia
occorre dire che se a distanza da un certo avvenimento si ha buon gioco
ed è troppo facile dire: avremmo dovuto fare questo o quest’altro per
evitare la disfatta o per evitare il declino del movimento, e
altrettanto facile e troppo semplicista sostenere che la strada scelta,
la posizione assunta in quel dato momento era la sola possibile, e che
non si poteva fare diversamente da quello che si è fatto. “Avendo applicato la linea d’alleanza col il
Kuomintang i comunisti cinesi nel 1927 sono andati alla disfatta, non è
certo evidentemente che un’altra politica fosse possibile e che la
rottura con Chiang Kai-shek avrebbe permesso di evitare il disastro; ma
Stalin nel 1945 non credeva neppure allora al successo della rivoluzione
cinese ed è malgrado lui che Mao Tse-Tung
prese il potere. [..]” (M.Péju,
Brest-Litovsk, in “Les Temps
modernes”, 1955, n. 112-113) L’apprezzamento,
il giudizio, la valutazione di una situazione oggettiva non sono mai del
tutto obiettivi. Essi riflettono un atteggiamento o perlomeno
interferiscono con l’atteggiamento. Credere possibile sviluppare un
grande movimento per la conquista della libertà, per la difesa e la
riconquista della libertà nelle fabbriche significa impegnarsi in un
tale movimento, gettare tutte le forze nella bilancia per organizzarlo,
per farlo scoppiare, significa in un certo senso modificare col giudizio
stesso quella situazione che esso pretende di esprimere. Al contrario,
non credere alla possibilità di un tale movimento significa in una
certa misura rinunciarvi, dedicarsi
ad altri compiti e “conservare” cristallizzata quella “immaturità”
del movimento che si pretende semplicemente di constatare. [..] L’oppresso,
dovendo conquistare il proprio diritto alla vita, deve per forza lottare, deve ricorrere allo sciopero e alle altre forme di
manifestazione e di lotta. Per contro il privilegio dell’oppressore è
quello di poter
quasi sempre presentarsi come il partigiano dell’ordine stabilito
perché è lui che ha creato quest’ordine. Anarchismo Vi è una
forma particolare e diffusa di anarchismo che ha la pretesa di essere di
sinistra e fa il gioco della destra ed è quello che consiste nel
biasimare l’oppresso invece dell’oppressore. Certuni
ragionano su per giù a questo modo: il carnefice fa il suo gioco, ma la
vittima non dovrebbe prestarsi. Non si tiene conto che la vittima non va
volontariamente dal carnefice. Perché gli
operai accettano determinate condizioni, non si rivoltano al padronato,
perché votano in un certo modo o in un certo altro, e così via? Non
sono forse “liberi” di comportarsi diversamente? No, non lo so.
Tuttavia sarebbe anche un errore non condurre assieme al lavoro per
organizzare le lotte anche la propaganda sulla necessità di difendere
la propria dignità. Sbaglia colui che attacca l’operaio, l’oppresso
perché ha subìto o subisce invece di attaccare il suo oppressore, ma
sbaglia anche colui che non sviluppa un’attività per convincere
l’operaio a non subire, a reagire, a difendere la propria dignità, i
propri diritti. La libertà Nessuno si è
mai battuto per la libertà, per il diritto in senso astratto, generale;
ognuno ha sempre combattuto per la conquista della libertà e del
diritto per determinati raggruppamenti sociali, per determinate classi. Quello che si
usa chiamare l’ordine stabilito non è che un disordine stabilito
perché non supera la divisione delle classi, assicura la dominazione
dell’una sull’altra e lo sfruttamento dell’uomo da parte
dell’uomo. Una concezione evoluzionista della storia conduce
fatalmente al riformismo. Il riformista presenta così le cose:
le riforme si aggiungono alle riforme, ognuna è accettata senza dolore,
senza reazione violenta perché nessuna mette in causa il regime
esistente e la rivoluzione si compie progressivamente senza accorgersi e
senza che il nemico se ne accorga, aggiungono i furbi, quelli che
ritengono che la lotta di classe proceda a colpi di furbizia. Noi
“freghiamo” gli altri realizzando una riforma dopo l’altra.
Si tratta di sciocchezze colossali. Praticamente
il riformista è un conservatore, egli cerca di curare quella società
che a parole mette in questione, attenua la tensione che si manifesta e
così consolida lo stato di oppressione. Pensare di poter cambiare i rapporti di produzione,
la società senza lotta, senza violenza, è assurdo. La violenza storica
non è soltanto quella che si manifesta in modo clamoroso nelle guerre
civili e nella insurrezione armata. [da
Pietro Secchia: ‘Diari’ -
Archivio Secchia, Annali Feltrinelli a. XIX, 1973, pp. 278/283
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‘Il
Partito-Linea Rossa’ intende rivolgersi a tutti coloro che
all’apparenza borghese e ai condizionamenti dominanti, preferiscono il
confronto con una moderna lettura marxista e leninista degli eventi
storici e politici d’attualità. Ma molto, moltissimo, di quello che
sembra ‘nuovo’ è già stato elaborato, è già nel metabolismo della
storia. Questo saggio di Pietro Secchia lo dimostra; e su un tema di
pressante attualità, su cui si esercitano intellettuali o politici che a
noi non strabiliano per le loro ovvietà, anche se vanno per la maggiore.
Piuttosto ci preoccupiamo della formazione dei quadri, della costruzione
del partito, del partito comunista, di classe e rivoluzionario, dalla
coerente ‘linea rossa’; per questo continueremo ad ospitare, come vivi
e attuali, come se fossero tra noi, scritti dei nostri maestri e
ispiratori, come Marx, Lenin, Mao, Gramsci e Secchia, applicandoli alla
realtà presente e a problemi contemporanei. Vi accorgerete del
pressappochismo di chi, proprio oggi,
pretende di guidare un moderno partito di classe, dimenticando che
la nostra ragion d’essere è la costruzione, seppur in forme creative e
storicamente determinate, di un processo rivoluzionario in direzione del
socialismo. |
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