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linea Rossa GENOVA |
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LA BIOGRAFIA DI PIETRO SECCHIA (1903/1973) da: Andreucci-Detti, Dizionario biografico del movimento operaio, ad nomen, Editori Riuniti, 1981
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Secchia Pietro Nacque a Occhieppo Superiore, nel Biellese, il 19
dicembre 1903 da famiglia operaia. Frequentato il ginnasio, fu costretto già
nel 1917 a cercarsi un lavoro ed entrò come impiegato in una conceria.
Militante sin dal 1919 della FIGS, partecipò attivamente alle lotte del primo
dopoguerra nelle file del movimento operaio, in contatto anche con il gruppo
dell’Ordine nuovo e come aderente alla frazione comunista del partito
socialista. Nel 1920 come impiegato nella fabbrica di cinghie Varale di Biella
fu licenziato per avere solidarizzato con gli operai in occasione di uno
sciopero; passato a un nuovo impiego presso la manifattura Scardassi
nell’agosto del 1922, fu licenziato nuovamente per avere partecipato allo «
sciopero legalitario », uno degli ultimi sussulti con i quali il movimento
operaio ormai sconfitto cercò di ostacolare la marcia del fascismo. Convinto
sostenitore della necessità di fronteggiare il fascismo con una opposizione
dura nelle fabbriche, nei campi e nelle piazze, nel gennaio del 1921 S. passò
con la maggior parte della federazione giovanile socialista, all’atto della
scissione di Livorno, al PCI, del quale doveva diventare ben presto uno dei più
tenaci organizzatori e prestigiosi esponenti. Come già aveva incominciato nel
volume La lotta della gioventù proletaria contro il fascismo, pubblicato nel
1931 a Berlino a cura dell’internazionale giovanile comunista, S. non cessò
mai, soprattutto nell’attività pubblicistica degli ultimi anni della sua
esistenza, di sottolineare il significato dell’esperienza compiuta nella
Federazione giovanile socialista (e poi nella Federazione giovanile comunista)
considerando il passaggio dei giovani al neocostituito PCI una delle componenti
politiche (e non soltanto generazionali) essenziali alla formazione del nuovo
partito. Membro sin dalla fondazione del direttivo della
federazione comunista biellese, trascorse i primissimi anni della dominazione
fascista fra stenti e persecuzioni; subì una prima condanna per detenzione
abusiva di munizioni per pistola alla fine del 1922; arrestato una prima volta
nel 1923 e associato al primo grande processo contro i dirigenti comunisti, fu
rilasciato e costretto a lasciare il Biellese. Si trasferì allora a Milano,
dove alternò il lavoro come manovale muratore all’attività politica come
segretario della FGCI milanese e membro del Comitato centrale della federazione
giovanile comunista. Nel dicembre 1923 fu costretto ad emigrare in Francia,
dove prestò la sua opera come imbianchino prima, come operaio in fabbrica a
Parigi in un secondo momento, assistito dal Soccorso rosso e senza mai perdere
il contatto con la gioventù comunista francese. Nel maggio del 1924 fu
chiamato in Italia dalla direzione della FGCI per essere inviato come delegato
ai V Congresso dell’Internazionale comunista: nel giugno successivo si recò
infatti a Mosca per prendere parte sia al V Congresso dell’Internazionale,
sia al parallelo IV Congresso dell’Internazionale giovanile comunista, sia «alle
riunioni della commissione italiana che all’ordine del giorno aveva
l’entrata dei terzinternazionalisti nel PCI », come egli stesso avrebbe
avuto occasione di ricordare. E risale a quella stessa occasione un suo
commosso ricordo di G.M. Serrati, con il quale rientrò in Italia nel luglio
1924 «varcando insieme clandestinamente la frontiera svizzera
». Al IV Congresso dell’Internazionale giovanile fu eletto membro del
comitato esecutivo dell’IGC, ma non prese mai possesso del suo posto a Mosca.
A questo proposito lo stesso S. ha scritto: «Nel 1930 mi si chiese di restarvi
[a Mosca] per un certo tempo con la prospettiva di andare a lavorare
nell’America latina. Declinai l’offerta, sostenendo che il mio posto di
lavoro era in Italia ». Una dichiarazione che riflette lo stato d’animo, la
visione politica e tutta intera la personalità di Secchia. Nonostante i soggiorni all’estero, che egli dovette
successivamente affrontare per le necessità della lotta politica, S. lavorò
essenzialmente in Italia; fin quando fu possibile in attività legale, dopo la
messa al bando definitiva dei partiti antifascisti nella illegalità,
sostenendo con estrema coerenza le ragioni dell’agitazione clandestina
all’interno, al contatto delle masse lavoratrici, uniche reali protagoniste
nella sua visione politica della vita e del destino di un partito
rivoluzionario. Al ritorno in Italia, nell’ agosto del 1924, entrò come
operaio meccanico alla Fiat-Diatto di Torino, diventando contemporaneamente
segretario della federazione giovanile comunista di quella città, fin quando
fu costretto dagli avvenimenti a dedicarsi esclusivamente all’attività
politica, al mestiere di « rivoluzionario di professione ». Divenuto ormai
uno dei migliori elementi dell’attività antifascista, in quello stesso anno
fu chiamato nel Comitato Centrale e nella segreteria nazionale della FGCI. Nel
marzo 1925 fu nominato segretario della federazione di Biella; arrestato il 1°
maggio successivo, fu condannato per attività sovversiva a 3 mesi di
detenzione con sospensione della pena per 5 anni e rilasciato. Fu arrestato
nuovamente nel novembre del 1925, subendo la prima condanna di un certo
rilievo: l’arresto ebbe luogo casualmente a Trieste al ritorno da un giro
propagandistico che aveva portato S. nel Friuli e a Fiume; non potendolo
incriminare per l’attività antifascista, allora formalmente ancora
consentita, la polizia lo incriminò per reato di stampa, essendogli state
trovate nella valigia copie del giornale antimilitarista La Caserma, che S.
appunto redigeva. Trascorse di conseguenza 10 mesi di prigione a Trieste sino
all’agosto del 1926, allorché riprese l’attività clandestina che avrebbe
ininterrottamente proseguito sino all’arresto e alla nuova condanna del 1931. Le leggi eccezionali del novembre del 1926 non
rallentarono ma intensificarono la sua milizia comunista; nello stesso mese fu
nuovamente arrestato a Biella e assegnato dall’apposita commissione
provinciale di Novara al confino di polizia per 5 anni. Per continuare
l’attività illegale si diede allora alla latitanza; dopo che nel marzo del
1927 l’ufficio politico del partito ebbe deciso le norme per la prosecuzione
dell’attività nel centro estero e nel centro interno, S. si trovò tra i
responsabili della sezione militare (con G. Sozzi
e Cesare Ravera) dell’attività all’ interno, nonchè tra i
responsabili del centro interno della FGCI. Fu in quel periodo che ebbe una
parte preminente nella redazione dei primi organi della stampa clandestina
comunista: La Caserma, L’Avanguardia, l’Unità, Il Galletto rosso. Lo
spirito di questa attività di propaganda è stato espresso ancora una volta
dallo stesso S.: «Negli anni 1927-28 eravamo talmente occupati a stampare ed a
diffondere volantini e giornaletti che trascurammo lo studio e l’impiego di
altri mezzi di lotta, quasi che la stampa potesse servire a tutto. La prima
cosa che un’organizzazione provinciale o cittadina o di un centro agricolo si
proponeva di fare era di procurarsi un mezzo per poter stampare. Il che era
senza dubbio importante. Il fascismo voleva impedirci di parlare e noi
intendevamo affermare il diritto di pensare, di parlare e di scrivere;
intendevamo anche dimostrare che il fascismo non aveva la forza per impedirci
l’esercizio di quei diritti». Tra il 1927 e l’arresto del 1931 si sviluppò una delle
stagioni più intense dell’attività politica di S.: membro dal 1928 del
Comitato Centrale e dell’ufficio politico del PCI, alternò la sua attività
all’interno alle inevitabili missioni all’estero, tra l’altro come
responsabile del lavoro presso i lavoratori italiani emigrati e come
partecipante, nel gennaio del 1928, alla II Conferenza del PCI di Basilea,
sempre sostenendo la necessità di porre anche nella clandestinità il problema
del potere, ossia degli obiettivi concreti della lotta, di non limitare il
movimento illegale ad una azione puramente passiva di sopravvivenza, di
stabilire un legame tra azione legale nelle organizzazioni fasciste e azioni
illegali. Fu caratteristico del modo di pensare e di agire di S. che egli
anticipasse sin dalla conferenza di Basilea il tema della lotta armata contro
il fascismo, aprendo la discussione sul problema militare dell’antifascismo.
Dopo l’arresto, tra il marzo e l’aprile del 1928, dei membri del centro
interno diretto da G. Li Causi e E. D’Onofrio, S., che nello stesso anno
partecipò come delegato anche al VI Congresso di Mosca dell’Internazionale,
rimase tra i dirigenti più impegnati nel mantenere e sviluppare i collegamenti
clandestini così in Italia come all’estero, essendo stato fra l’altro
membro del comitato esecutivo dell’Internazionale giovanile comunista dal suo
V Congresso. Alla fine di gennaio del 1929 fu arrestato a Basilea con
altri esponenti comunisti ed espulso dalla Svizzera; rientrò in Italia in un
momento di acute discussioni in vista della «svolta» destinata a porre
definitivamente all’interno nell’Italia sotto il regime fascista il centro
di gravità dell’azione del partito comunista. Nel marzo del 1930 fu tra i più
convinti sostenitori della «svolta» del PCI, a proposito della quale in uno
degli ultimi scritti di S. si trova questa testimonianza: «La discussione
[sulla svolta] provocò comunque una grave crisi, una frattura nello stesso
centro dirigente del PCI, quale non si era avuta prima e quale non si ebbe più
in seguito. L’ufficio politico si spezzò in due e metà dei suoi componenti
dovette essere esclusa dal partito. Il voto di maggioranza alle giuste
posizioni politiche di Longo e di Togliatti fu dato dal rappresentante della
Federazione giovanile » (S., Il PCI e la guerra di liberazione 1943-45, in
Annali dell’Istituto G. Feltrinelli, a. XIII, 1971, Milano, 1973, p. 172).
Quel rappresentante dei giovani era S., che già aveva preso parte a Mosca nel
gennaio al plenum dell’Internazionale, pronunciandosi a favore della «svolta».
Dopo aver partecipato nella primavera del 1930 con P. Togliatti
e L. Frausin a nuove
discussioni a Mosca sulla questione italiana, dall’estate dello stesso anno
S. rimase praticamente responsabile del centro interno del PCI,il cui compito
principale in questo periodo fu la preparazione del Congresso, che si sarebbe
riunito a Colonia, in Germania, tra il 14 e il 21 aprile 1931, senza la sua
partecipazione. S. infatti era rientrato definitivamente in Italia, dopo un
primo soggiorno nell’autunno del 1930, il 1 gennaio 1931. Dopo essere
ripetutamente sfuggito agli arresti operati dalla polizia fascista tra i quadri
comunisti, cadde nelle mani della polizia il 3 aprile 1931 a Torino.
Dall’aprile al dicembre del 1931 fu in carcere a Torino, successivamente a
Roma, dove nel febbraio del 1932 fu celebrato il processo dinanzi al Tribunale
speciale, che lo condannò a 17 anni e 9 mesi di carcere; trascorse il periodo
di detenzione in parte a Lucca, ma sopratutto a Civitavecchia. Come ha scritto
egli stesso, rimase «prigioniero del nemico sino al 18 agosto 1943».
Essendogli stata ridotta la pena, rimase in carcere sino alla metà del 1936;
fu inviato quindi al confino, prima a Ponza, poi, dal luglio 1939, a Ventotene,
dove fu trasferito dopo avere trascorso altri 6 mesi di reclusione a Napoli, in
seguito all’attività politica svolta al confino. Ritenuto «pericolosissimo
elemento» fu costantemente sottoposto a particolare vigilanza. Infatti né in
carcere né al confino cessò mai la discussione e la riflessione politica e
l’opera di educazione politica tra i compagni e gli antifascisti reclusi, tra
i quali si esercitava il fascino della grande coerenza politica ed ideologica
del popolare Botte. Dal carcere stesso, riflettendo sulle ragioni della propria
«caduta», in un messaggio ai compagni del PCI dell’ottobre del 1931 S.
ribadì la necessità di rafforzare in ogni modo l’organizzazione della lotta
illegale: «Bisogna insomma che nella testa di tutti entri il principio che si
può e si deve piantare le tende in Italia non solo in carcere ma tra la massa,
nelle nostre organizzazioni nella fabbrica». Convinto assertore sin dagli anni della illegalità della
necessità di portare la lotta contro il fascismo sul terreno
dell’insurrezione armata, non appena fu liberato, il 19 agosto 1943, si recò
a Roma per riprendere i collegamenti con gli altri dirigenti comunisti tra Roma
e Milano, dove si trasferì definitivamente l’11 settembre dopo avere
partecipato alla sfortunata difesa di Roma contro le forze tedesche. Dal 20
settembre 1943 alla liberazione del nord fu con L. Longo
tra i principali protagonisti della partecipazione comunista alla lotta
armata, come membro della direzione del PCI per ‘l’Alta Italia e
soprattutto come commissario generale delle brigate Garibaldi, dando un
contributo decisivo alla elaborazione della tattica e della strategia della
Resistenza, come attestano tra l’altro le raccolte dei suoi scritti di quel
periodo e la documentazione della sua attività di dirigente politico e di
comandante partigiano. In particolare i suoi articoli sulla Nostra lotta
(raccolti insieme a quelli del Combattente e dell’Unità degli anni 1943-45
nel volume I comunisti e l’insurrezione) costituiscono il più cospicuo
contributo all’elaborazione di quella concezione della Resistenza come lotta
armata insieme lotta di massa, con una forte accentuazione della polemica
contro l’attendismo e un’altissima tensione politica, che fu alla base
della sua azione operativa e che sarebbe ritornata nei suoi «ricordi» nelle
sue «testimonianze» sulla Resistenza, come egli presentò modestamente il
rilevante contributo documentario e storiografico dato nell’ultimo ventennio
della sua esistenza alla conoscenza e all’interpretazione della Resistenza;
la Resistenza come lotta di popolo, come movimento di massa, non opera di
vertici ma di un profondo processo di politicizzazione alla base; non frutto di
spontanee iniziative individuali ma di tenace e capillare lavoro di
organizzazione, quel lavoro di oscuri militanti antifascisti che aveva
consentito anche nei suoi meno appariscenti momenti, di conservare una presenza
comunista nel paese senza soluzione di continuità e di operare dopo l’8
settembre 1943 la saldatura tra i quadri dell’antifascismo clandestino, delle
carceri e della guerra di Spagna e le nuove leve dell’«antifascismo di
guerra». La consapevolezza che ebbe dei limiti dell’unità antifascista non
deve tuttavia far pensare che egli sottovalutasse o negasse le esigenze e il
valore dell’unità dei partiti antifascisti. Il suo sforzo fu diretto a
concepire l’unità, ed anche la politica di unità nazionale promossa da
Togliatti non nel suo ineliminabile contenuto di compromesso tra le diverse
forze politiche, compromesso tra le istanze dirigenti, ma nelle sue potenzialità
espansive, nelle possibilità che si offrivano di allargare alla base lo
schieramento delle forze trascinate nella Resistenza, con la preoccupazione
costante che della iniziativa di Togliatti non si desse una interpretazione
riduttiva sul terreno delle lotte di massa e soprattutto delle istanze di lotta
di classe inalienabili dalla Resistenza. Dopo la liberazione S. ricoprì cariche di primo piano
nella vita del partito comunista e sedette con ininterrotta continuità quale
rappresentante comunista negli organismi parlamentari. Nel giugno del 1945 fu
posto a capo dell’organizzazione del PCI a livello nazionale, dall’8 agosto
dello stesso anno nominato membro della direzione provvisoria del partito; al V
Congresso del PCI (Roma, 29 dicembre 1945-5 gennaio 1946) fu eletto membro del
Comitato centrale, della direzione e della segreteria del partito, nonché
responsabile della commissione nazionale di organizzazione. Nel febbraio del
1948, dopo il VI Congresso del partito, fu eletto vicesegretario generale del
PCI, una carica che ricoprì sino alla fine del 1954. Nel giugno del 1948
partecipò alla seconda riunione del Kominform in Romania, che si concluse con
la condanna della Jugoslavia di Tito. Nel quadro della sua attività di
dirigente del PCI spiccano alcuni momenti particolari: l’energia con la quale
controllò la situazione dopo l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 di
fronte a pressioni insurrezioniste prive di fondamento reale, tanto più dopo
che le elezioni del 18 aprile 1948 ebbero dato la maggioranza assoluta alla DC;
le grandi mobilitazioni di massa contro il Patto atlantico e la guerra fredda,
nel cui ambito va ricordato il movimento dei partigiani della pace; la parte
decisiva che ebbe nella mobilitazione popolare contro la legge-truffa del 1953;
l’energica lotta impegnata in difesa dei partigiani principalmente neI
periodo della repressione scelbiana. Rimasto ininterrottamente membro del
Comitato centrale del PCI sino alla sua morte, nel luglio del 1954 rimase
vittima di un incidente che segnò l’inizio del suo declino politico
all’interno del partito comunista: la defezione di Giulio Seniga suo stretto
collaboratore, passato ad una azione apertamente scissionista e provocatrice
nei confronti del PCI ebbe come conseguenza l’allontanamento di fatto di S.
dalla vicesegreteria del partito e nel dicembre del 1956, all’VIII Congresso,
anche dalla direzione del PCI. Non c’è dubbio che il caso Seniga, che colpì
profondamente uno dei più alti esponenti del PCI, fu anche l’occasione che
mise in evidenza alcune linee di dissenso della posizione di S. rispetto alla
linea politica promossa e impersonata da Togliatti. Ciò si rese evidente nella
concezione che S. ebbe sia del partito, secondo la tradizione della III
Internazionale, sia della politica delle alleanze, nella quale avrebbe voluto
portare tutto il peso della classe operaia e dell’intransigenza classista,
con un maggiore e più intenso sviluppo delle lotte di massa in direzione delle
istanze di «democrazia progressiva»; sia infine nel costante richiamo
all’internazionalismo che si fece in lui anche più pressante dopo il XX
Congresso del PCUS e dopo la contestazione giovanile del 1968. Responsabile tra il 1955 e l’inizio del 1957 della
segreteria regionale lombarda del PCI, diresse successivamente, sino alla fine
del 1962, l’attività editoriale del partito. Ma dopo il 1954 la sua attività
si sviluppò essenzialmente nel campo parlamentare e nelle organizzazioni della
Resistenza. Membro della Consulta nazionale nel 1945-46, deputato
all’Assemblea costituente nel 1946-47, entrò nel primo parlamento della
repubblica come senatore di diritto; dalle elezioni del 7 giugno 1953 fu
rieletto ininterrottamente senatore nel suo collegio di Biella; dal 16 maggio
1963 al 1972 fu anche vicepresidente del senato. Vicepresidente dell’ANPI e
dal 26 giugno 1966 alla morte vicepresidente dell’Istituto nazionale per la
storia del movimento di liberazione, ebbe una parte di primissimo piano nella
mobilitazione popolare in difesa dei valori della Resistenza, come in
particolare dopo le giornate del luglio del 1960, allorché si fece promotore
al senato assieme a F. Parri e ad altri esponenti della Resistenza del progetto
di legge di messa al bando del Movimento sociale italiano. Ma soprattutto,
negli ultimi quindici anni della sua esistenza, pur senza mai interrompere una
intensa attività politica, come attesta la sua partecipazione ai dibattiti
interni del partito comunista e ai lavori parlamentari, dedicò gran parte
della sua opera alla rievocazione e allo studio della storia del movimento
operaio, dell’antifascismo e della Resistenza, presentando con la modestia
del «testimone» spesso contributi di inestimabile valore documentario e di
elevato interesse storiografico, pur nel segno di una profonda continuità con
il suo operato politico. Concentrò la sua riflessione in particolare sulla
storia del partito comunista, senza indulgere a ricostruzioni rituali ma sempre
mettendo in evidenza la ricchezza del dibattito interno; sulla grandezza e i
limiti della Resistenza, con una forte rivendicazione contro ogni visione
spontaneistica della sua matrice nell’antifascismo delle carceri e delle
prigioni; sulla sorte delle istanze di base espresse dai CLN, smentendo la
rappresentazione caricaturale di chi gli attribuiva l’opinione che la
Resistenza potesse avere obiettivi immediatamente socialisti. «Non si lottava
per il socialismo, ma per un’Italia rinnovata e veramente democratica basata
su nuove strutture sociali i cui pilastri avrebbero dovuto essere le formazioni
partigiane, tutte le organizzazioni e gli organismi sorti durante la guerra di
liberazione. L’insurrezione nazionale per la quale lottavamo non si poneva e
non poteva porsi il problema della realizzazione della rivoluzione socialista,
della dittatura del proletariato, ecc. ma neppure si proponeva il ritorno alla
vecchia democrazia prefascista; lottavamo per realizzare una nuova democrazia,
una democrazia progressiva che avrebbe potuto realizzarsi soltanto con delle
profonde riforme strutturali e sociali col ricreare dalle fondamenta tutto
l’apparato amministrativo e statale». La sua attività di studioso e di
promotore di iniziative politico-culturali, quali l’Enciclopedia
dell’antifascismo e della Resistenza, non va interpretata né come
un’astrazione dal lavoro politico né come compensazione psicologica di
fronte alla forzata inattività quale dirigente politico, seguita ai fatti del
1954, che S. avverti come una profonda ingiustizia operata nei suoi confronti.
Essa fu invece la prosecuzione della sua azione politica, con la consapevolezza
di essere e di volere essere sempre un militante del movimento operaio e in
particolare del partito comunista. Egli concepì questo lavoro come parte
dell’attività politica alla quale non rinunciò mai completamente,
conservandosi fedele a una concezione del partito e dell’internazionalismo
proletario derivata dalla tradizione della III Internazionale. Non ultimo aspetto della personalità di S. non solo come
organizzatore di partito ma anche come uomo politico furono la sua concezione
del l’internazionalismo e la consapevolezza del ‘fatto che anche il partito
italiano altro non era che l’unità di un unico esercito internazionale, una
concezione tipica della III Internazionale, che trovò difficoltà a tradursi
dopo il secondo dopoguerra, soprattutto nella fase della distensione succeduta
alla «guerra fredda», in cui la scelta di campo aveva di necessità imposto
la disciplina di blocco a favore dell’Unione Sovietica e degli Stati
socialisti dell’Europa orientale. Numerosi, in particolare, furono i viaggi
che S. effettuò nei paesi socialisti in missione di partito o in forma
privata; nell’ultimo decennio della sua vita, come uomo di partito e come
parlamentare, egli ebbe occasione di allargare il raggio delle sue visite ai
paesi latino-americani e soprattutto ai paesi del medio oriente e dell’Africa
settentrionale e centrale in lotta per la propria emancipazione: fu in Egitto e
Siria nel luglio-agosto del 1967, nell’Africa settentrionale
nell’ottobre-novembre dello stesso anno; in Giordania e Siria nel dicembre
del 1969; nel Sudan, in Etiopia e in Somalia nell’ottobre del 1971. Fu da
ultimo nel Cile di Allende, nella prima decade del gennaio 1972; e appunto al
ritorno da quel viaggio il 13 gennaio di quell’anno, ebbe i primi sintomi del
male che doveva condurlo alla morte e sulla cui origine i dubbi dei medici
indussero lo stesso S. a formulare l’ipotesi che potesse essere stato
avvelenato nel corso del suo soggiorno in Cile. Irreparabilmente minato nella
salute, morì a Roma il 7 luglio 1973. |
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Fonti e bibliografia: ACS, CPC, ad nomen; Fondazione G.
Felirinelli, archivio S.; La Nostra lotta, Il Combattente, l’Unità
edizioni clandestine; l’Unità, Rinascita, La Baita, 1945 sgg.; L.
Longo, I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, Roma, 1973; P.
Spriano, Storia del PCI, I-V, Torino, 1967-1975, ad indicem; (P.S.)
Federazione giovanile comunista d’Italia, La lotta della gioventù
proletaria contro il fascismo, Berlino, 1931, (reprint Milano, 1975);
S., I comunisti e l’insurrezione (1943-1945), Roma, 1954 (rist.1973);
S. e C. Moscatelli,
Il monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese, nella
Valsesia e nella Valdossola, Torino, 1958, (rist.1973); S., Capitalismo
e classe operaia nel centro laniero d’Italia, Roma, 1960; S. e F.
Frassati, La Resistenza e gli alleati, Milano, 1962; S., Aldo dice:26 x
1, Cronistoria del 25 aprile 1945, Milano, 1963; S.-Frassati, Storia
della Resistenza, La guerra di liberazione in Italia 1943-1945, Roma,
1965, 2 vv.; S. (direttore), Enciclopedia dell’antifascismo e della
Resistenza, Milano-Roma, 1968-1976, vv. 1-3; S., La guerriglia in
Italia, Documenti della Resistenza militare italiana, Milano, 1969; S.,
L’azione svolta dal partito comunista in Italia durante il fascismo
1926/1932, in Annali dell’Istituto G. Feltrinelli, a. XI, 1969,
Milano, 1970; S., Le armi del fascismo (1921-1971), Milano, 1971; S., Il
Partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943-1945, in
Annali dell’Istituto G. Felirinelli, a. XIII, 1971, Milano, 1973; S.,
Lotta antifascista e giovani generazioni, Milano, 1973; S., La
Resistenza accusa, 1945-1973, Milano, 1973; S., Chi sono i comunisti,
Partito e masse nella vita nazionale, 1948-1970, a cura e con prefazione
di A. Donini, Milano, 1977. |
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