Celebrazioni del bicentenario (1799-1999)

La Repubblica di Napoli del 1799


 Uomini Politici della Rivoluzione francese a cui si ispirarono i patrioti della Repubblica Partenopea

 
L'attività politica durante la Rivoluzione Francese, venne svolta prevalentemente dagli intellettuali riuniti nei Club ( associazioni della borghesia) che ebbero grande influenza sull'opinione pubblica.
Spiccò su tutti con maggior decisione il Club che si riuniva in via Saint-Honorè, nel convento di San Giacomo (Jacobus) dei frati domenicani detti "giacobini"; ed è così che nacquero i Giacobini. La posizione del club Giacobino fu la più radicale (estremista), nel panorama politico francese.



Maximilien Robespierre
1758-1794

Tribuno del Popolo francese

Biografia
Discorso: Virtù e democrazia (1794)


Saint-Just
  1767- 1794
Tribuno del Popolo francese
Biografia


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Buonarroti Filippo
1761 - 1837
Rivoluzionario e teorico politico francese, di origini italiane.
Uno dei più noti  rivoluzionari europei del primo Ottocento.
Biografia


Babeuf -François-Noël (Gracchus)
1760 - 1797
Biografia




Arma del XVIII sec. - Napoli, Museo Nazionale di S. Martino
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Il club Giacobino


 La Repubblica di Napoli del 1799

Ad essa si ispirarono, in Napoli, giovani evoluti, progressisti della nobiltà e del ceto medio, distinguendosi, peraltro, dal modello francese per una spiccata autonomia di pensiero e in ciò favoriti, in un primo momento, da una relativa libertà di circolazione del pensiero a mezzo stampa. Carlo Lauberg, Mario Pagano, Vincenzo Russo, Domenico Cirillo, Eleonora De Fonseca Pimentel ed altri, furono gli alfieri di quella schiera che, radunatasi la mattina del 22 gennaio 1799 sulla piazza del Castello di Sant'Elmo, piantò l'albero della libertà e dichiarò la decadenza della monarchia proclamando la Repubblica Napoletana, una e indivisibile, sotto la protezione della "Grande Nazione Francese". Fuggito Ferdinando IV in Sicilia, il popolo, specialmente nelle campagne e nelle zone di montagna, venne istigato alla sollevazione dalla forze monarchico-borboneche capeggiate dall'alto clero nobiliare, contro il nuovo ordine sociale dei patrioti napoletani e contro le armi francesi, nelle quali ravvisava soltanto un esercito invasore, e questo grazie alla menzognera propaganda clericale, che li descriveva come dei "senza Dio". "Patrioti e popolo", dice Vincenzo Cuoco, "avevano diverse idee, diversi costumi, finanche due lingue diverse; quelli si erano formati sopra modelli stranieri, le loro massime non erano nate dal fondo della nazione e il popolo non sapeva che farsene".
In sostanza, all'idealismo dei patrioti si contrapponeva il pragmatismo popolare diretto all'utile più immediato (la garanzia, peraltro effimera, di un pane quotidiano assicurato magari dall'elemosina [elargita nei momenti opportuni] del re e la protezione di quest'ultimo che, considerato alla stregua di un padre, per le riforme attuate nei primi anni di regno, aveva, tra l'altro, abolito le decime). I "lazzari" di Napoli, i montanari abruzzesi, i contadini di Terra di Lavoro, insorsero e la loro fu la guerra della Santa fede (da cui il termine "sanfedisti"), volendo essi difendere il Trono e l'Altare. Essi formarono le "masse" plagiate dal potere clericale-borboneco che riconquistarono il regno a Ferdinando IV.



Finiva a Pescara il 30 Giugno 1799 la Repubblica Napoletana proclamata il 24 Gennaio 1799
e Gabriele Manthonè ed Ettore Carafa, uniti da comune destino a tutti gli altri giovani patrioti che avevano combattuto eroicamente per la Repubblica Democratica, pagavano con le loro giovani vite il breve sogno di libertà.

Il seme del Risorgimento italiano, il filo rosso della Rivoluzione Italiana, era stato, comunque, gettato.



ETTORE CARAFA


Nato nel 1767 (non si conosce giorno e mese), discendente di una illustre famiglia napoletana, Conte di Ruvo e Duca d'Andria, frequentò in Napoli la loggia massonica dei "liberi muratori"; fu imprigionato nel 1795 quando rifiutò di fregiarsi dell'Ordine di San Gennaro, già appartenuto per lignaggio al defunto padre. Evade da Castel Sant'Elmo nel 1798, profugo a Milano, lì organizzò una legione di volontari per seguire le armate di Francia, che si apprestavano alla conquista del Regno delle due Sicilie.

Represse l'insorgenza realista nelle Puglie con la sua legione e, al ritiro delle truppe francesi dal territorio dell'ex Regno delle due Sicilie alla fine di Aprile '99, gli viene affidato in Abruzzo l'incarico di presidiare la fortezza di Pescara.

Il Pronio e il Barone De Riseis lo cingono d'assedio, riesce nonostante l'impari differenza di forze ed armamenti a compiere numerose sortite dirette a fornire il necessario approvvigionamento e alla distruzione delle postazioni dell'artiglieria delle truppe sanfediste.

Viene in trattative con il Pronio, ma a causa del tradimento del comandante del forte di Pescara, i sanfedisti riuscirono a penetrare nella fortezza, mettendola a sacco e provocando lo scoppio di una delle polveriere.

Carafa viene fatto prigioniero e tradotto a Napoli in catene, dove venne ucciso (ghigliottinato) sulla piazza del mercato il 4 Settembre dell'anno 1799.




GABRIELE MANTHONÈ


Nato a Pescara il 23 Ottobre del 1764, venne educato nell'Accademia Militare, svolse la sua carriera prevalentemente in uffici tecnici, come la fabbrica d'armi di Torre Annunziata fino al 1798. Dopo la breve e disastrosa campagna del '98 dell'esercito napoletano contro i Francesi e la fuga di Ferdinando IV, fu, con altri ufficiali di sentimenti repubblicani, tra quelli che il 23 gennaio 1799, con la loro azione, dal Castello di Sant'Elmo, agevolarono l'ingresso in Napoli dei Francesi del Generale Championnet.

Fu membro del Comitato Militare, quindi del Comitato Centrale, Ministro della Guerra, infine Generale in capo dell'esercito repubblicano.

Fu contrario ad accettare la capitolazione offerta dal Cardinale Ruffo, che prevedeva l'onore delle armi e la libertà per tutti i Repubblicani.

Smentita da Ferdinando IV la capitolazione stipulata dal Ruffo, fu incatenato ed il 24 Settembre 1799 salì al patibolo.