LA RIVOLUZIONE DI FEBBRAIO

 All’inizio del 1917 la situazione interna si aggravò. Privi di armi moderne, sprovvisti di munizioni e di viveri, i soldati russi erano stati mandati al massacro contro l’esercito tedesco, pensando che l’elevato numero di combattenti avrebbe potuto sopperire alla mancanza di equipaggiamenti. Le campagne spopolate, poiché gli uomini erano al fronte, avevano dato nel 1916 un raccolto inferiore del 25% a quello del 1914. A ciò si era aggiunta l’entrata in guerra della Turchia, che aveva causato il blocco dei rifornimenti attraverso il Mar Nero.

Il malcontento cresceva dunque in tutto il paese, sia al fronte (dove i rifornimenti erano irregolari), sia nelle città. Così, stanca per la guerra e la fame, l’8 marzo 1917 la popolazione di Pietrogrado (la ex Pietroburgo, chiamata Pietrogrado dal 1914 e in seguito, dal 1924, Leningrado) insorse. La guarnigione zarista, anziché reprimere la rivolta, si ammutinò e si schierò contro lo zar, a fianco degli insorti: in breve tempo la città fu nelle loro mani.

Abbandonato anche da una parte della borghesia riformatrice, che aveva sempre appoggiato lo zar nel timore che le forze socialiste potessero rafforzarsi troppo, il 15 marzo Nicola II fu costretto all’abdicazione. Venne allora costituito un governo provvisorio che comprendeva principalmente le forze politiche moderate, presieduto dal principe Georgij L’vov. Nei giorni di insurrezione a Pietrogrado, e in seguito in molte altre città della Russia, si formarono anche i soviet, cioè dei consigli dei rappresentanti degli operai, dei soldati e dei contadini, legati alle forze socialiste. Inizialmente i soviet appoggiarono il governo provvisorio: in quel momento, infatti, nei consigli prevalevano i socialrivoluzionari e i menscevichi, e le correnti più moderate di questi due partiti erano favorevoli a compromessi con il governo.

Il governo provvisorio, tuttavia, appoggiato dalla borghesia arricchita e dai grandi proprietari fondiari, non si mostrò disposto ad affrontare i più urgenti problemi delle masse sostenute dai bolscevichi: il desiderio di uscire dalla guerra e la distribuzione delle terre.

La caduta dello zar quindi non portò la Russia alla pace; anzi, mentre il governo provvisorio era favorevole alla guerra, i bolscevichi, che diventavano sempre più influenti, si facevano promotori del cosiddetto "disfattismo nazionale", inteso ad imporre a qualunque costo la cessazione delle operazioni militari, che coinvolgevano le energie popolari nella guerra anziché nel programma rivoluzionario. La guerra del resto aveva gettato il paese sull’orlo del collasso. Dal 1914, malgrado alcuni successi contro i Tedeschi e gli Austro–Ungarici, l’esercito russo aveva subito molti gravi rovesci, perdendo milioni di uomini, ed era ormai vicino alla disgregazione. Anche i soldati volevano la fine del conflitto e in moltissimi abbandonavano le file dell’esercito. In questa gravissima situazione intervenne, nel giugno 1917, un nuovo gravissimo fallimento militare.

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