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Le recenti polemiche sull’indulto e sul suo fallimento
hanno riportato alla ribalta dell’attualità politica nazionale il tema,
sempre rovente, della giustizia in Italia, ovvero la questione della giustizia
borghese, del diritto e della giustizia in una società come la nostra, che è
ancora una società classista, forse più che nel passato. A tale proposito
credo che valga la pena di spendere qualche parola, riflettendo a partire da
alcuni dati di fatto. Anzitutto, il provvedimento d’indulto, approvato a
larghissima maggioranza dal Parlamento italiano oltre un anno or sono,
esattamente nel mese di luglio del 2006, venne spacciato come un legittimo e
doveroso atto di clemenza, se non addirittura di giustizia, compiuto dallo stato
italiano per risanare la gravissima crisi emergenziale in cui tuttora versano le
strutture penitenziarie del nostro paese. Non è un caso che gli unici voti
nettamente contrari siano venuti da Antonio Di Pietro e dai suoi fedelissimi
iper-giustizialisti, dai codini della Lega e dai post-fascisti di Alleanza
Nazionale, cioè dai settori più apertamente reazionari, forcaioli ed
oltranzisti del quadro politico-istituzionale italiano.
Ebbene, il provvedimento
emesso era appunto una misura tampone, destinata a sospendere il problema in
maniera transitoria nel tempo e a rimuovere i pesanti sensi di colpa che turbano
la coscienza sporca della classe politica dirigente, sensi di colpa derivanti
dalle inaccettabili e vergognose condizioni di vita in cui è costretta la
popolazione carceraria. Insomma, prima che esplodesse qualche rivolta
sanguinosa, si è ritenuto opportuno prevenire i danni, anziché affrontarli in
seguito, quando è più difficile rimediarvi.
Di primo acchito si potrebbe
convenire con lo spirito di saggezza e di indulgenza che pare aver animato e
dettato la suddetta disposizione legislativa. Trattavasi, invece, di una misura
puramente emergenziale, che tuttavia non ha risolto nulla, dato che gran parte
dei detenuti rimessi in libertà nei mesi successivi all’indulto, sono
progressivamente rientrati in galera, avendo ripreso a delinquere, come
d’altronde era prevedibile che facessero. Arrestati e condannati una prima
volta, se non più volte, molti detenuti sono stati scarcerati grazie
all’indulto, per essere nuovamente arrestati, condannati e reclusi, in attesa
di un nuovo sconto di pena. E’ chiaro allora che il vero scopo del condono da
parte dello Stato era un altro, molto più subdolo ed ingannevole. Alla base di
un simile gesto di “clemenza” risiedeva la volontà politica di occultare la
natura reale, autoritaria e repressiva dello Stato quale detentore del monopolio
della forza pubblica. In quanto tale, esso impone con la violenza e con la
minaccia di ritorsione, le sue leggi, le sue strutture e le sue istituzioni, le
sue ingiustizie e le sue contraddizioni, facendole accettare come “diritto”,
ovvero come “giustizia”, “ordine costituito”, eccetera. Ma il delitto
non può essere trasfigurato come “regola” o “diritto”, l’ingiustizia
non può essere spacciata come “legge” o “giustizia”, la violenza
dell’oppressione, dello sfruttamento, della miseria, dell’emarginazione,
della guerra, non può essere camuffata sotto la veste ipocrita e mistificatrice
della “legge” e di un “ordine costituito”, che pertanto non possono
essere messi in discussione né essere sottoposti a critica, e tanto meno essere
modificati.
La logica e l’ideologia imperanti nella nostra società pretendono
che si consideri la violenza, l’ingiustizia, lo sfruttamento materiale, la
guerra, quali forme e fenomeni di un “ordine naturale” del mondo, che è
dunque inevitabile e permanente, ossia uno stato di cose assolutamente
immutabile. Eppure la società borghese in cui viviamo è totalmente sorretta
sulla violenza, tutti i rapporti economico-sociali sono imperniati sulla
violenza, sull’ipocrisia, sulla mistificazione. Pertanto, il senso recondito
di un provvedimento di indulto come quello adottato dal Parlamento italiano, è
senza dubbio una finalità di carattere ideologico-strumentale. Si è trattato
di un’operazione di propaganda e di mistificazione politica, mirata ad esibire
il volto “buonista” e “garantista” dietro cui si ripara e si annida
invece la vera anima dell’ordine costituito, che è quella della brutalità
poliziesca e della repressione carceraria, dell’ingiustizia di classe, della
ritorsione, della perversione e del cinismo del potere, squallidi aspetti che
non si possono ostentare con eccessiva disinvoltura, ma devono essere
opportunamente celati. La falsa clemenza, la falsa giustizia, e più un generale
la falsa democrazia, servono a dissimulare il carattere più atroce e cruento
che appartiene ad una società in cui la violenza e lo sfruttamento sono
all’ordine del giorno, anzi stanno all’origine stessa della società, e si
traducono abitualmente in tutti i rapporti concreti della vita quotidiana degli
individui, nelle carceri, in fabbrica, a scuola, in famiglia, dappertutto,
persino nei più consueti e normali rapporti d’amore e d’amicizia. In tal
senso, l’indulto ha esibito il lato ipocrita e perbenista del sistema
attualmente in vigore, e mi riferisco non solo al sistema carcerario, ma
all’intero sistema sociale, dominato da interessi materiali di profitto, di
arricchimento e di potere, che coinvolgono un’esigua minoranza di soggetti, la
cui ferrea volontà influenza e condiziona pesantemente lo Stato, il diritto, la
legge e l’ordine, che sono una diretta emanazione storica della classe sociale
al potere.
Recentemente, su un canale televisivo satellitare, ho rivisto il
bellissimo film di Giuliano Montaldo, “Sacco e Vanzetti” (del 1971),
interpretato da due attori magistrali, Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla,
calati nei panni dei due anarchici, un’opera cinematografica di gran pregio,
impreziosita da una sublime colonna sonora composta da Ennio Morricone, la cui
parte canora è stata interpretata dall’incantevole e soave voce di Joan Baez,
la più importante cantautrice pop statunitense. Al termine della visione del
film, dopo essermi commosso ancora una volta, ho meditato sulla dolorosa e
imperdonabile ingiustizia sofferta dai due anarchici italiani (che, ricordo,
sono stati tardivamente - post mortem - riabilitati dal governo degli Stati
Uniti, ossia dagli stessi aguzzini), una violenza perpetrata dal sistema
politico-giudiziario statunitense, cioè da quella che viene abitualmente
osannata e celebrata come la “più grande e antica democrazia del mondo”.
Una persona, che insieme a me ha assistito al film, ha espresso il seguente
pensiero: “Chissà che dolore hanno provato i due compagni sulla sedia
elettrica!”, come se un metodo meno doloroso di esecuzione di un’ingiusta
pena capitale potesse attenuare e ridurre l’entità del torto, della violenza,
dell’ingiustizia. Che si tratti della sedia elettrica o di un’impiccagione,
della ghigliottina o della fucilazione, di una decapitazione a colpi d’ascia o
di un’iniezione letale, ogni modalità tecnica di attuazione della pena
capitale è indubbiamente legata e riconducibile alle condizioni temporali e
spaziali in cui vive un determinato ordinamento statale, una determinata
formazione sociale.
E’ altrettanto indubbio che persino la civiltà
giuridicamente più avanzata, che escluda dal suo codice punitivo la condanna a
morte, sostituendola con un più “umano” ergastolo, ossia con il carcere a
vita o con altre dure sanzioni carcerarie, e che ogni tanto conceda
un’amnistia, un indulto, un condono, uno sconto di pena, una grazia, mostrando
in tal guisa un volto di “clemenza” e di “equità”, in realtà si
propone soltanto di camuffare ipocritamente la sua vera natura feroce e
reazionaria, mistificando l’autoritarismo e l’iniquità di fondo su cui si
regge qualsiasi sistema economico-sociale di tipo classista, che ha bisogno di
“normalizzare” e “legalizzare” le aspre contraddizioni e le profonde
sperequazioni materiali e sociali esistenti. Restando sempre in materia
cinematografica, mi viene in mente un altro film, diretto da Luigi Magni,
intitolato “Nell’anno del Signore”, uscito nel 1969. In questo film il
personaggio principale è Cornacchia/Pasquino, interpretato da un eccelso Nino
Manfredi, uno dei migliori interpreti della commedia all’italiana, il cui nome
spicca in cima ad un maestoso cast formato da attori prestigiosi quali Claudia
Cardinale, Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Robert Hossein ed altri. Pasquino
rappresentava la voce satirica del popolo nella Roma papalina, era un autore
clandestino di versi irriverenti, scritti sulla statua dell’imperatore Marco
Aurelio, e rivolti contro il potere temporale dei papi e dei preti, insomma un
acerrimo e irriducibile avversario della Chiesa cattolica apostolica romana.
Pasquino, a un certo punto del film, che si avvia verso l’epilogo finale,
afferma in dialetto romanesco: “A noi rivoluzionari ce frega er core!”. Una
frase ad effetto, che si inquadrava abilmente nel contesto storico del 1968/69,
con tutte le inevitabili implicazioni che quel concetto esprimeva in un momento
rivoluzionario della storia italiana ed internazionale. Personalmente non
concordo affatto con la tesi contenuta nell’asserzione lapidaria di Pasquino,
che probabilmente parlava a nome del regista del film, il romano Luigi Magni.
Non sono d’accordo per tanti motivi, ma soprattutto per innegabili ragioni
storiche. Infatti, tutti coloro che hanno messo rigorosamente in pratica un
simile orientamento strategico-politico, attenendosi alla lettera al modello e
allo spirito rivoluzionario incarnato da Pasquino e riassunto in quella sua
frase, hanno miseramente fallito. Si pensi, ad esempio, alle Brigate Rosse in
Italia, alla R.A.F. nella Germania Ovest, a tutte quelle formazioni e quei
gruppi combattenti emuli delle Brigate Rosse, che hanno adottato ed applicato
una linea ferrea di lotta armata, inflessibile, senza “cuore” e senza
“pietà”: hanno tutti perso tragicamente. Persino quelle rivoluzioni sociali
e politiche che erano state inizialmente vincenti, come la rivoluzione
bolscevica di stampo leninista del 1917 in Russia, hanno condotto in seguito ad
esiti catastrofici e rovinosi. Come mai? A mio avviso, il problema di fondo sta
nel fatto che quando si rigetta e si elimina “er core”, vale a dire
l’umanità, nella lotta e nel movimento di una rivoluzione, il rischio
principale che si corre è quello di allontanarsi ed isolarsi dal carattere,
dalla forza e dallo spirito delle masse popolari, per diventare aridi e cinici,
addirittura più crudeli e spregiudicati del potere che si intende affossare.
Non si può sconfiggere il nemico emulandolo, altrimenti si rischia di
assomigliargli troppo e si finisce per sostituire un altro sistema di potere e
di oppressione, più cruento ed efferato rispetto a quello che è stato
rovesciato. Io credo che non si debba cercare di sovvertire e conquistare il
potere, ma bisogna semplicemente negarlo e ripudiarlo tout-court, senza emularlo
o eguagliarlo, evitando di farsi plagiare o sedurre, e quindi corrompere, dal
suo fascino subdolo e malefico.
Lucio
Garofalo
Lioni (AV), 26 agosto 2007
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