Storia del " boia chi molla "
«La vera storia»
La volgarità, purtroppo, dilaga e non è affatto raro
al giorno d’oggi incontrare risonanza con ciò che accade nel mondo reale
anche quì, nel non più tanto mondo virtuale di Internet, e considerandone la
sua dirompente potenza quale mezzo di comunicazione occorre a volte usare un
poco di pragmatica e tentare di spiegare agli scemotti di turno le loro torbide
esaltazioni.
E’ il caso dello slogan “ boia chi molla “,
recentemente venuto alla ribalta, ed ora usato dal Sig. Benito a sottolineare
(dice lui), quando conclude il suo apologetico messaggio (guest-book su Avanti
Popolo), la sua appartenenza al fascismo delle origini.
Eppure, nonostante tutto, esiste una spiegazione ed è
politica, come per le svastiche o le croci celtiche che vediamo apparire sui
muri delle nostre città.
Molti giovani, quando capiscono (nel contesto sociale
e di cui sono la parte più esposta allo sfruttamento capitalistico) che un
determinato slogan o un certo simbolo danno fastidio, lo adottano, lo fanno
loro, li usano provocatoriamente e proprio per dare fastidio, questo al di là
del loro reale e effettivo significato politico.
Ora non sò, se questo è il caso del Sig. Benito, non
conoscendone l’età, ma è indubbio che non conosce affatto le vere origini
storico-politico del fascismo, e specialmente non conosce affatto le vere
origini dello slogan che adotta con tanta faciloneria.
Oggi, grazie alla perseveranza della sinistra
rivoluzionaria ( e questo dà molto fastidio a tipi come il Galante o il
Benito), che ha tolto dall’oblio storico, voluto dal revisionismo, la figura
del Che, è difficile trovare un ragazzo che non sappia del Che rivoluzionario (
e i veri rivoluzionari sono sempre amati dai giovani), sono convinto che pochi
(anche tra gli anziani) sappiano come è nata lo slogan del “boia chi
molla”.
Non furono infatti i fascisti della gazzarra di Reggio
Calabria (nel 1970) ad inventarla: già alla fine del settecento (1799) risuonò
dalle barricate poste a difesa delle Repubbliche Democratiche (Romana e
Partenopea) e nel periodo risorgimentale (a metà dell’ottocento) fu il grido
di battaglia degli insorti delle cinque giornate di Milano, fu poi durante la
dittatura fascista, il titolo d’un foglio politico dei fratelli Rosselli
stampato a Parigi in Italiano (i fratelli Rosselli erano antifascisti italiani
esuli in Francia); ed ecco infine durante la repubblica di Salò (RSI), divenire
impropriamente anche il motto di un reparto fascista. Alla luce di
quest’ultima impropria adozione che, per tutti i sinceri antifascisti è un
chiaro significato di manipolazione della storia, ci rivolgiamo a quei giovani
che gravitano nell’orbita di personaggi come il Sig. Benito, nella speranza
che da oggi in poi la smettano di credere in simili inaudite ipocrite
sciocchezze!
Auguriamoci dunque che non tanto l’egregio Sig. Benito
(del resto se è giovane, dev’essere oltre che ignorante
Ma... questa è altra storia, è storia di Lotta di Classe! Non è il caso del Sig. Benito!
Luciano Bezerédy
(Linea Rossa-genovese)
Genova, 6 giugno 2000