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Pochi lo conoscono con
il suo vero nome ma Vladimir Ilich Uljanov l’uomo politico e rivoluzionario russo
passato alla storia con lo pseudonimo di Lenin, è stato l'ideatore della
Rivoluzione d'Ottobre che portò alla fondazione dello stato sovietico, di cui
divenne il primo capo di governo.
Lenin è nato a Simbirsk nel 1870 e morto a Mosca nel 1924, all’inizio
dell’era sovietica.
Di famiglia piccolo-borghese,
terzo di sei fratelli, era figlio di Il'ja Nikolaievic Uljanov (1831-1886),
professore di matematica e fisica nel ginnasio di Niznij Novgorod, e di Marija
Aleksandrovna Blank (1835-1916), anch'essa insegnante. Lenin fu profondamente influenzato, come
del resto i fratelli, dall’educazione ricevuta; il padre, di religione
ortodossa, era originario di Astrakhan, la madre invece, figlia di un medico di
origine tedesca, era nata a Pietroburgo. Nel 1874 Il'ja Nikolaievic venne
nominato, per i suoi meriti, ispettore scolastico col grado di Consigliere di
Stato (il livello più alto della nobiltà per chi non era aristocratico di
sangue) e insignito dell’ordine di San Vladimiro, e benché rigido
osservante della fede ortodossa e formalmente devoto al regime zarista, era un
intellettuale progressista; Vladimir (in famiglia soprannominato affettuosamente
Volodja) trascorse a Simbirsk un'infanzia agiata in un clima familiare sereno
insieme ai fratelli Anna (nata nel 1864), Aleksandr (nato nel 1866), Olga (nata
nel 1871), Dimitrij (nato nel 1874) e Marija (nata nel 1878). Nel 1879 si
iscrisse alla I° classe ginnasiale, curiosamente il direttore della scuola era
Fedor Kerenskij, padre di Aleksandr, il futuro uomo politico di primo piano
della rivoluzione di Febbraio e grande avversario di Lenin, ma il 12 gennaio
1886 la tranquillità della famiglia fu scossa dalla morte improvvisa di Il'ja
Nikolaievic, vittima di un ictus celebrale. Dopo alcuni mesi il ventenne
Aleksandr, che nel 1883 si era trasferito a San Pietroburgo per studiare scienze
naturali all'università, venne arrestato dalla polizia zarista per aver
organizzato, insieme ad altri militanti del gruppo populista Narodnaja Volja
(Volontà del popolo), un attentato (fallito) contro lo zar Alessandro III.
Tutti i quindici accusati furono condannati a morte ma dieci di loro ottennero
la grazia. Aleksandr Uljanov, che aveva rivendicato la sua responsabilità
alleggerendo quella degli altri imputati, rifiutò ogni manifestazione di
pentimento ed insieme ad altri quattro membri del complotto, fu impiccato l'11
maggio 1887. Questo avvenimento danneggiò gravemente la reputazione della
famiglia Uljanov ed ebbe un'influenza decisiva sul giovane Vladimir: egli maturò
la convinzione che lo zarismo non potesse essere abbattuto con azioni
estremiste, bensì con la rivoluzione di tutte le classi oppresse della
popolazione.
Lenin partecipò a un tumulto studentesco per il
quale venne espulso dall’Università di Kazan (ove tutta la famiglia si era
trasferita), dove frequentava il primo anno di
giurisprudenza. Condannato al domicilio coatto presso la residenza di famiglia a
Kokuskino per circa un anno, Lenin continuò gli studi senza frequentare i
corsi. Nella primavera 1889 si stabilì a Samara, dove rimase per quattro anni,
frequentando i giovani esponenti populisti locali.
Ma intanto aveva preso conoscenza dell’opera di Plechanov e del
suo primo gruppo marxista russo dell’Emancipazione del lavoro. Nel novembre
1891 sostenne con successo gli esami di laurea in giurisprudenza a Pietroburgo,
tuttavia Ilich, che già conosceva a fondo tutta la letteratura marxista
esistente, invece di dedicarsi all'avvocatura si votò pienamente alla causa
della rivoluzione e divenne discepolo di Plekhanov, il maggior esponente del
marxismo russo, allora rifugiato all'estero. Maturò la convinzione che la
storia di un popolo è il processo dello sviluppo della produzione e della
struttura sociale, e del rapporto di forze esistente tra le diverse classi.
Fra il 1891 e il
1892 maturò, probabilmente, la futura rottura con il populismo, abbandonando la strada che andava
genericamente verso il popolo, facendo leva su gesti terroristici di
intellettuali isolati, e fece la sua scelta rivoluzionaria intesa a saldare il
marxismo con la forza emergente e decisiva: gli operai. Nel 1893 si trasferì a
Pietrogrado ed entrò in contatto con i circoli operai del quartiere Nevskaja
Zastava e con il movimento "Emancipazione del lavoro" fondato da
Plekhanov, che nel congresso di Minsk del 1898 sarebbe confluito nel Partito
Operaio Socialdemocratico di Russia (POSDR), dove iniziò un’intensa attività di propaganda presso gli operai
alla guida dei primi possenti scioperi economici. Arrestato e deportato in
Siberia, si sposò con la socialista Nadezda Kostantinovna Krupskaja
(1869-1939), anch'essa deportata, ed ottenne di scontare il resto della pena con
lei. Tornato dalla deportazione in Siberia nel 1900 dove aveva appena
completato l'opera intitolata I compiti della socialdemocrazia russa, concepì il progetto di un grande
giornale marxista per tutta la Russia e si accordò con il gruppo di Plechanov
per la redazione e la stampa in Russia. Lenin insisteva a sostenere che il
capitalismo fosse in pieno sviluppo in Russia. Esisteva dunque in Russia un
esercito di sfruttati e quindi un potenziale rivoluzionario, si trasferì prima
a Monaco e poi a Zurigo, dove raggiunse Plekhanov e Martov con i quali fondò il
periodico Iskra (Scintilla, in russo). In questo periodo adottò lo
pseudonimo "Lenin", derivato probabilmente dal fiume siberiano Lena,
che comparve per la prima volta nel dicembre 1901 in un articolo sulla rivista Zaria.
Al II° congresso del POSDR, svoltosi nella capitale inglese nel 1903, Vladimir,
dopo accaniti dibattiti, riuscì a far approvare la sua linea programmatica,
ispirata dalle tesi della sua opera Che fare?; ne derivò la scissione
del partito in due fazioni: la corrente leninista che ebbe la maggioranza si
chiamò "bolscevica" (in russo bolscè=maggioranza), invece
l'opposizione dei moderati, guidata da Martov, fu denominata
"menscevica" (menscè=minoranza). Quando nel 1916
Lenin scrisse “l’Imperialismo, fase suprema del capitalismo”, la parabola dell’involuzione
monopolistica del capitalismo si era compiuta: la guerra interimperialistica
era in atto e con essa si avvicinava anche la rivoluzione socialista: proprio
in Russia in quanto «l’anello più debole» della catena dell’imperialismo, là
dove esso faceva sentire nel modo più drammatico la sua oppressione, provocando
fame e morte.
La prassi politica
leninista si basò sulla concezione centralistica del partito e il
raggiungimento della
dittatura del proletariato per mezzo della rivoluzione. Lo strumento della classe operaia per la
rivoluzione doveva essere il partito, ma un partito di tipo particolare, legato
alla situazione estremamente repressiva in cui il movimento operaio doveva
agire in Russia. Occorreva mettere sempre al primo posto la lotta per il
socialismo e innanzitutto per l’abbattimento dello zarismo. Il vecchio
Plechanov abbandonò Lenin. Questi ribadì con inflessibilità le sue tesi sul
centralismo democtatico. Si giunse così in Russia alla formazione di due partiti
socialisti: uno menscevico e uno bolscevico, quello di Lenin, che poneva tra i
suoi scopi la rivoluzione e agiva mediante un rigoroso centralismo. Il 2 aprile
1917, dopo la caduta dello zar Nicola II, Lenin rientrò in patria attraversando
la Germania con un vagone piombato e assunse in prima persona la guida dei
bolscevichi. La sua strategia presentata nelle cosidette Tesi di Aprile
portò il partito bolscevico a perseguire la strada del rovesciamento del nuovo
governo provvisorio, giudicato "democratico capitalista", quindi
nemico della classe operaia. Egli propugnò l'iniziativa di trasformare la
rivoluzione da borghese a socialista, rivendicano “tutto il potere ai
soviet”.
Nei fatti,
che seguirono la rivoluzione di febbraio del 1917 in Russia, il partito
bolscevico dimostrò di essere l’unica forza organizzata all’interno della
confusione generale che regnava nel Paese. Lenin seppe costruirsi un notevole
seguito con parole d’ordine molto incisive e di sicura presa fra le masse: “Tutto
il potere ai Soviet”, “La terra ai contadini”, “Pace subito”, mentre il Paese
era sconvolto dalla Prima Guerra Mondiale, nella quale lo zar aveva precipitato
la Russia. Nell’ottobre del 1917 i bolscevichi, guidati da Lenin, presero il
potere, destituendo il governo riformista in carica.
Seguirono anni di violenta guerra civile tra “bianchi” e “rossi”.
Fu l’epoca del “comunismo di guerra”, la rigida applicazione di un comunismo di
sussistenza e sopravvivenza.
Vinta la guerra, Lenin si impegnò nella creazione del primo Stato
proletario al mondo: la realizzazione in Russia dell’ideale politico comunista.
Frattanto in Europa, sull’onda della rivoluzione d'Ottobre, le correnti di sinistra dei partiti socialisti si scindevano, preludio alla fondazione dei partiti comunisti di tipo bolscevico. Nel 1921, Lenin lanciò la Nuova Politica Economica (NEP), una sorta di liberalizzazione economica del regime sovietico. Nel frattempo comunque il Partito Comunista, denominazione assunta dai bolscevichi, stabilizzato il potere conquistato con la rivoluzione, iniziò a lavorare per il conseguimento degli obiettivi previsti dal programma dei bolscevichi.
Il 13 novembre 1922, visibilmente affaticato a causa del progressivo decorso
della malattia che lo aveva colpito (emiplegia), fece la sua ultima apparizione
in pubblico al quarto congresso dell'Internazionale comunista. Il 2 marzo 1923
Lenin completò l’articolo Meglio meno, ma meglio, sulla
riorganizzazione del governo sovietico. Il 9 marzo subì il secondo e più forte
attacco della malattia che lo rese fortemente invalido; in quell'anno la Russia
diventò l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).
Lenin morì alle ore
18.50 del 21 gennaio 1924, all'età di 54 anni. L’unico dirigente del partito
presente in quel momento accanto al leader bolscevico, oltre a sua moglie, fu
Bukharin.
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Nel 1924 Lenin morì, lasciando dietro di sé
un vuoto immenso, ricevette l'ultimo saluto il 27 gennaio 1924, sei giorni dopo
la sua morte.
La salma era stata trasferita in treno da Gorkij a Mosca il 23 gennaio ed era
stata esposta nella Sala delle Colonne della Casa dei Sindacati, dove la folla
aveva sfilato ininterrottamente per cinque giorni, sfidando il freddo pungente
dell'inverno russo.
Sabato 26 gennaio si svolse la cerimonia celebrativa nel Grande Teatro di Mosca,
nel corso della quale presero la parola tra gli altri Nadezda Krupskaja, Kalinin,
Stalin e numerosi rappresentanti degli intellettuali, degli operai e dei
contadini.
Il 27 gennaio a Mosca e nel resto della Russia tutte le attività cessarono. La
cerimonia ebbe inizio alle nove del mattino. Mentre il feretro percorreva la
Piazza Rossa una folla enorme intonò l'Internazionale. Salve di artiglieria,
sirene di fabbriche, di locomotive e di navi riecheggiarono per ore mentre la
popolazione sfilava ininterrottamente davanti al capo della rivoluzione.
Alle quattro pomeridiane il corpo fu calato in una cripta di fronte alle mura
del Cremlino.
Anche in Cina l'avvenimento fu commemorato per iniziativa di Sun Yat-sen con tre
giornate di lutto nazionale.
La città natale di Lenin, Simbirsk, fu chiamata in sua memoria Uljanovsk, e
Pietrogrado (l'antica Pietroburgo) prese il nome di Leningrado. Fu fondato l'Istituto
Lenin con il compito di raccogliere tutti gli scritti e le
testimonianze sul
leader bolscevico; tra i primi materiali affidati all'istituto a scopo di
ricerca fu il cervello di Lenin.
Nei giorni seguenti alle celebrazioni, per ordine del Politburo, il defunto
venne traslato all'obitorio centrale di Mosca per essere conservato sotto
ghiaccio. Nonostante la volontà di Lenin di essere sepolto accanto ai suoi
compagni ed alle insistenti richieste della moglie di rispettare le ultime
volontà del marito, i dirigenti bolscevichi all'unanimità decisero che il
corpo di Lenin doveva essere imbalsamato e collocato in un mausoleo sul lato
nordorientale del Cremlino.
L'edificio fu costruito dapprima in legno e successivamente, nel 1930, in marmo.
Lenin, racchiuso in un sarcofago di vetro divenne meta dell'omaggio di
delegazioni e capi di stato stranieri, di semplici cittadini di tutto il mondo
che alla sua memoria per oltre tre quarti di secolo vi deposero corone
d'alloro e ghirlande di fiori. Alcuni dirigenti sembra abbiano proclamato a nome
del Partito Comunista e che lo abbiano espresso con
orgoglio e fierezza: "La tomba di Lenin è la culla della
rivoluzione" e, facendosi
interpreti della volontà della classe
operaia, affermavano: "Quando dubiteremo della rivoluzione o saremo sul
punto di ingannarci, ci sarà sufficiente andare a contemplare Lenin, e lui ci
rimetterà sulla dritta via".
Probabilmente quei personaggi erano i veri dogmatici e quanta verità è
racchiusa in quell'affermazione alla luce del tradimento kruscioviano e della
capitolazione dell'URSS ordita da Gorbaciov e Eltsin (n.d.a)
Lenin, la sua figura carismatica, la sua opera attraversa il tempo immutata
mentre il tradimento dei rinnegati revisionisti ha portato alla distruzione del
primo Stato degli operai e contadini del mondo. Lenin, continua ad incarnare nel
cuore dei proletari di tutto il mondo la certezza nell'avvenire di un mondo
migliore, libero dallo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo.